Un’Assemblea Sarda per il Diritto a Decidere

Partito-dei-Sardi-AssembleaDel referendum d’indipendenza della Catalogna svoltosi il 9 di Novembre è stato detto tanto se non tutto. Viverlo in presa diretta, come singoli, come Partito dei Sardi, come rappresentanti della Nazione sarda, è stato esaltante. A distanza di giorni la cosa che risulta personalmente più toccante è il fatto di essere stati ringraziati costantemente per la nostra presenza e il nostro supporto. “Grazie, grazie per essere venuti dalla Sardegna, grazie per essere qui” ci è stato detto da tante donne e uomini di Catalogna, dai semplici cittadini, agli attivisti della società civile, ai parlamentari catalani con cui abbiamo avuto modo di rinsaldare legami e propositi di cooperazione internazionale. (A tale proposito grazie a Alfred Bosch, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya al Parlamento di Madrid, a Oriol Amoros, parlamentare e portavoce aggiunto di ERC alla Generalitat de Catalunya, a Agnes Russiñol, parlamentare catalana di ERC, a tutti gli amici della FEM, la Federazione delle Nazioni Senza Stato del Mediterraneo)

È questo atteggiamento avvolgente e coinvolgente che dà la misura della capacità di produrre partecipazione e mobilitazione collettiva della società catalana. Questa trascinante forza popolare, questa capacità di chiamare in causa, di muovere all’azione, di far sentire tutti protagonisti di un grande cambiamento storico, è un patrimonio che nessuna propaganda anti-indipendentista potrà sminuire né portar via alla Catalogna. Ed è il dono più grande che la giornata del 9 novembre ha fatto a chi come me ha potuto prendervi parte e io credo a tutta la delegazione sarda presente a Barcellona.

La domanda è: questa capacità di fare popolo, di essere Nazione, è presente in Sardegna?

La risposta oggi sta nell’azione. Sta nella capacità di produrre nei fatti il senso di una mobilitazione collettiva verso il diritto all’autodeterminazione dei sardi.

Il sondaggio Demos per La Repubblica che dà il 45% dei sardi a favore dell’indipendenza può anche rincuorare. E se affiancato al 40% venuto fuori dalla ricerca delle Università di Cagliari ed Edimburgo inizia ad assumere una consistenza non effimera. Come si suol dire, due indizi fanno una prova.

Ma il numero non può restare sulla carta. Deve farsi visibile. Deve prender vita.

Deve uscire dai sondaggi per diventare popolo in movimento.

In Catalogna ci sono voluti decenni e molti esperimenti diversi e dalle alterne riuscite. In Sardegna molto è stato fatto negli ultimi 15 anni ma molto meno di quanto sarebbe stato necessario per essere oggi nella condizione della Catalogna.

Che fare dunque per recuperare il tempo perduto?

Per il Partito dei Sardi serve un’Assemblea Sarda per il Diritto a Decidere sul modello dell’Assemblea Nazionale Catalana. Un’assemblea capace di mettere al tavolo e al lavoro tutti coloro che vogliono dare ai sardi la possibilità di esprimersi apertamente sul futuro della Sardegna, sulla Sardegna del futuro. Un tavolo che deve avere un obbiettivo semplice: condividere i modi e i tempi di una consultazione dei sardi sull’indipendenza.

Un tavolo dunque che non può essere fatto solo di indipendentisti o di persone che voterebbero “Sì” davanti a un quesito sull’indipendenza. Ma da tutti coloro che vogliono garantire e affermare il diritto dei sardi a esercitare la democrazia sul tema più importante per l’esistenza di un popolo.

Men che meno ci si può aspettare che al tavolo sieda solo chi è già convinto che la Sardegna è una Nazione. Le ferite della nostra coscienza, che a differenza dei catalani non abbiamo ancora saputo rimarginare, rischierebbero ancora una volta di escludere invece chi includere chi vuole comunque dare ai sardi la possibilità di far sentire la propria voce. Un modello di condivisione può essere dato dalla lettera al popolo scozzese firmata da partiti indipendentisti e non, che si richiamano o meno alla nazione sarda, ma che hanno nondimeno tutti insieme ribadito il diritto di popoli come quello scozzese e quello sardo ad esprimersi sulla propria esistenza come Stato indipendente. Quel documento nato dal lavoro di diplomazia e mediazione fatto insieme alla Fondazione Sardinia potrà apparire poca cosa per i cinici, i disfattisti, i provocatori, ma stabilisce in realtà un precedente e dimostra che la costruzione di un’Assemblea Sarda per il Diritto a Decidere è di fatto già iniziata.

Ciò che andrebbe fatto, e che noi come Partito dei Sardi proponiamo, e ci proponiamo, è di non chiudere l’Assemblea Sarda per il Diritto a Decidere a chi c’è già, a chi ha già firmato quel documento comune, e di non chiuderla ai partiti – siano essi di governo o d’opposizione, rappresentanti o non rappresentanti dentro il Parlamento sardo – ma allargarla al coinvolgimento di tutta la società civile, dei movimenti e dell’associazionismo. Solo così si può recuperare ogni sardo alla mobilitazione, anche i tanti che oggi non si sentono rappresentanti dalla “politica” ma nondimeno partecipano in tante forme al vivere associato o vorrebbero ritrovare la voglia e il motivo per farlo.

Il Partito dei Sardi lavorerà per questo. Ripartendo dalle interlocuzioni politiche e sociali già avviate dentro e fuori il Parlamento Sardo e promuovendone di nuove lavorerà per dar vita a una Assemblea Sarda per il Diritto a Decidere che possa produrre nei modi e nei tempi giusti una grande mobilitazione collettiva per l’esercizio della democrazia sul tema dell’autodeterminazione del popolo sardo.

La parola sul futuro istituzionale della Sardegna spetta ai sardi. A noi, a tutti gli abitanti di questa terra che credono fino in fondo nella democrazia, nella partecipazione, nell’autodeterminazione, il compito di aiutare il nostro popolo a tornare padrone del diritto a decidere.

Franciscu Sedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi
Cagliari, 14 Novembre 2014

 

 

 

 

 

 

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