Un popolo diviso o una nazione unita? Qui sta la scelta che fa la differenza

Caro Luciano,
se popolo e nazione fossero termini intercambiabili allora perché non usare nazione invece che popolo? Se fosse così indifferente sarebbe anche facile. Se non è facile è perché fa differenza. E se fa differenza vuol dire che la scelta è decisiva.  È quella che merita di essere compiuta. Soprattutto per chi facendo politica vuole trasformare le cose, le vuole vedere differenti, migliori. Per la sua gente, per la sua terra, per il pianeta.

La verità è che, come tu stesso dici, “nazione” implica un di più di coscienza e secondo noi questo “di più” è esattamente la rivoluzione, il cambio di mentalità e d’azione, che ci serve perché offre ai sardi un motivo per risvegliarsi, alzarsi in piedi, impegnarsi, unirsi, cambiare il loro destino, scrivere una nuova storia.

Non ci si unisce se non c’è un motivo per unirsi. Per un popolo diviso la riscoperta e la ridefinizione della propria coscienza di nazione è il motivo primo attraverso cui far scoccare la scintilla dell’unità politica.

Dire nazione significa dunque contrarre un nuovo patto tra di noi. Tanto più se, come hai scritto, tutto il resto è “fatto salvo” allora non ci resta che questo: decidere se da domani vogliamo essere una nazione unita oppure se vogliamo continuare ad essere un popolo diviso, come siamo stati fino ad oggi.

Io credo, noi crediamo, che tutti coloro che hanno maturato lungo storie differenti e tortuose una nuova coscienza di appartenenza ora lo devono dimostrare: non per se stessi, non per farsi belli davanti ad uno specchio al buio di uno scantinato, ma davanti alla luce del sole della propria gente, perché si senta mossa ad abbandonare la rassegnazione, perché si senta chiamata alla mobilitazione.

O c’è da parte nostra, come potenziale coalizione, un cambio di coscienza, o c’è questo coraggio, o ci sono questa nuova volontà e questa nuova passione, o stiamo pestando acqua o ancor peggio pintando la legna.

E se è vero che tutti noi sardi, nessuno escluso, siamo chiamati a testimoniare questo cambiamento di coscienza, è ancor più vero che i primi che possono e debbono testimoniare questo balzo fuori dalla storia di subordinazione che ci avvolge da 600 anni, i primi che devono dare esempio di sacrificio e abnegazione, sono coloro che stanno temporaneamente nel ruolo di classe dirigente. E ancor di più coloro che dicono di esprimere una visione di equità, giustizia, autodeterminazione.

O lo faremo noi o molti sardi di valore sceglieranno ancora una volta l’astensione (alle scorse elezioni sarde si astenne il 48%!!!). O sappiamo interpretare il senso di emergenza popolare, di attesa di grandi cambiamenti per chi oggi soffre in solitudine, offrendo un’alternativa forte e positiva al nuovismo all’italiana che porta tanti sardi a votare 5Stelle o addirittura Lega, oppure vincerà ancora una volta il paradigma conformista del fare anche in Sardegna ciò che si fa in Italia, del mettersi ogni volta sotto l’ala dei nuovi vincitori, di cercare sempre di assomigliare al governo di Roma sperando in qualche benevolenza che mai arriva.

E invece se c’è questo dialogo fra di noi, se lo vogliamo tenere vivo, concretizzarlo, estenderlo, renderlo convincente e coinvolgente, è perché ci può essere un’altra novità, un’altra modalità del cambiamento. Se siamo arrivati fin qua, se abbiamo attraversato una stagione di luci e ombre, di patimenti e scontri, è per far maturare questa nuova coscienza e offrirla ai sardi: fargli vedere e toccare con mano, attraverso le primarie nazionali sarde, che esiste la concreta possibilità di un governo dei sardi realmente nuovo, un governo dei sardi cosciente che i diritti e gli interessi dei sardi sono diritti e interessi nazionali e dunque non possono e non devono più essere barattati, svenduti, sviliti per fedeltà romane di partito o per piccole carriere personali in parlamenti che da sempre mortificano anche i nostri migliori rappresentanti oltre che le ansie di libertà, prosperità, giustizia, dignità di questa nazione chiamata Sardegna.

Caro Luciano, ci tengo a chiarirlo a te e a tutti coloro che dal mondo progressista fino a quello moderato hanno espresso interesse ma anche perplessità circa la nostra proposta: noi oggi non stiamo ponendo la questione dell’indipendenza e (purtroppo, dico io) nemmeno di un referendum di autodeterminazione. Cose che richiedono un ben più alto grado di maturazione e preparazione.  Stiamo chiedendo di riconoscere insieme che vogliamo rappresentare non una mera “regione” ma una vera “comunità nazionale”. Stiamo chiedendo di mettere le fondamenta di un nuovo governo, di un nuovo ordine dei poteri, di una nuova carta costituente sarda ma ancor più le fondamenta di una nuova casa, di un nuovo rapporto fra di noi, di una nuova etica, di un nuovo impegno a prenderci cura di noi stessi nel mondo e di fronte al mondo.

Innovando la nostra coscienza, facendolo con spirito di dedizione e animo di rivoluzione, con il sorriso e con l’intelligenza, possiamo dar cuore e corpo alla nostra nazione.

Crediamo che vada fatto. Perché è giusto, ma anche perché è vincente. Per la Sardegna e per i sardi, prima ancora che per la coalizione che vogliamo costruire.

A innantis!

Franciscu Sedda
Presidente Nazionale Partito dei Sardi

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