Tombaroli a Monti Prama

montipramadi Luca Sarriu
La vicenda dell’intrusione dei tombaroli nell’area interessata dallo scavo archeologico in località Monti Prama, e la successiva circolare della Direzione regionale dei Beni culturali che pone dei limiti alla comunicazione dell’andamento della campagna di scavi, impongono una seria riflessione sul rapporto tra competenze ministeriali e risorse statali messe in campo per la tutela dei beni culturali sardi. A fronte di vaste competenze, divise tra i vari uffici periferici del Ministero, le risorse economiche e umane che lo Stato italiano dedica alla Sardegna appare inadeguato e insufficiente, soprattutto nel momento in cui uno scavo archeologico come quello di Monti Prama, sul quale si appuntano giustamente l’interesse e la curiosità di molti Sardi, anche del tutto digiuni di procedure e metodologie scientifiche che sottendono uno scavo, viene aperto senza che sia prevista una vigilanza costante anche dopo l’orario di chiusura degli scavi, un’adeguata perimetrazione e recinzione e adeguate misure di sicurezza.

L’attività dei tombaroli non danneggia solo il lavoro dell’archeologo, ma l’interesse di tutti i Sardi. Invece di aprire un dibattito sereno ma deciso sulle responsabilità di quanto successo, e sull’eventuale omissione di atti che preservassero l’area di scavo, si è proceduto con la sostanziale imposizione di una sorta di silenzio stampa sugli scavi. Quest’ultimo, paradossalmente, danneggia soprattutto l’interesse degli archeologi, che potrebbero cogliere questa inusitata attenzione per il loro lavoro proprio per spiegare cosa sia, come venga svolto e quali siano le finalità di uno scavo archeologico. Mentre sembra abbastanza condivisa l’idea per cui uno scavo non sia più una “ricerca di tesori”, in pochi sanno cos’è e a cosa serve uno scavo stratigrafico, e la circolare potrebbe, paradossalmente, alimentare l’impressione di una precisa volontà di nascondere e non rendere pubblici non tanto le sintesi storiche cui lo scavo potrà portare con la dovuta tempistica, ma i ritrovamenti effettuati durante lo scavo.
Questo atteggiamento dell’invito alla moderazione nella comunicazione non sembra però slegato dalla necessità di bloccare preventivamente le eventuali polemiche che sarebbero potute nascere dalla messa in discussione dell’operato dei funzionari del ministero che hanno permesso che gli scavi si svolgessero in totale deroga a qualsiasi norma di buon senso riguardo alla sicurezza del sito oggetto di scavo. Atteggiamento in netto contrasto con quello assunto dagli stessi funzionari quando un Comune, o un altro ente territoriale, si sforza di procurare fondi per effettuare scavi o impiantare mostre temporanee sui beni archeologici del territorio, dai quali si pretende, al contrario di quanto avvenuto a Monti Prama, la maniacale aderenza ad ogni singola norma (sacrosanta) di sicurezza. Dagli infissi, agli impianti, agli ascensori a norma al sistema antincendio e antifurto e via discorrendo.

Il danno che deriva al patrimonio culturale sardo da questo atteggiamento, che si rivela non altrettanto scrupoloso di quello che si richiede agli altri, deve costituire oggetto didibattito, e dare l’avvio ad un confronto serio sulle competenze del Ministero sui territori, sulla scorta di quanto già avviene, ad esempio, nei Land tedeschi, non sottoposti all’autorità di Berlino per quanto concerne i beni culturali, eppure non per questo considerabili meno civili ed amanti della cultura.
All’onore della competenza dovrebbe corrispondere, mai come in questo caso, l’onere della responsabilità. È giusto che venga accertata con tutti i mezzi l’identità dei tombaroli, anche se il mancato sequestro dell’area e l’immediata ripresa del cantiere potrebbero avere irrimediabilmente cancellato eventuali tracce. È giusto che i responsabili del cantiere, sia chi l’ha autorizzato sia chi vi lavora, rendano conto delle loro scelte, alla luce dei danni oggettivi provocati.
Quanto alla comunicazione, la circolare della Direzione appare del tutto controproducente rispetto ai fini di divulgazione scientifica e della democratizzazione della conoscenza, che dovrebbe, evidentemente, essere affidata a tecnici della comunicazione, se la Direzione stessa ritiene che archeologi e tecnici di scavo non siano in grado di garantirla. Agli archeologici ed agli storici spetta il compito di operare l’opportuna sintesi sui dati che emergeranno, ma ai Sardi, oggi, spettano un’informazione esaustiva, che crei consapevolezza sul proprio patrimonio culturale e generi quel rispetto che esso merita, e la più assoluta trasparenza sulle modalità di gestione dei beni e sulle risorse impiegate, oltre alla certezza che chi non ha ben lavorato perché non avvenisse questo increscioso episodio paghi le conseguenze dei propri atti.

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