Simboli, racconti e identità

di Enrico Cocco
Partito dei Sardi, Milano

Confesso subito. Vivendo e lavorando a Milano, complice un maggio abbastanza turbolento, non son riuscito a seguire con attenzione le elezioni svoltesi in Sardegna. Rimango alle parole da “bicchiere mezzo pieno” di Franciscu Sedda e Paolo Maninchedda, nei post “Il ballottaggio e le diverse vie del cambiamento” e “E tanto prima o poi facciamo lo Stato”. In questi mi pare evidente un’urgenza ormai non posticipabile, da affiancare alle pratiche di buona amministrazione in atto: quella di creare «simboli politici, processi che producano emozione e appartenenza» e «occasioni di identificazione collettiva».

Il 2 giugno, come ogni anno, la Brigata Sassari marciava intonando Dimonius in via dei Fori Imperiali. Qualche ora dopo la bacheca dei miei profili social vedeva diverse condivisioni del video dell’apparizione romana dei Sassarini, con a corredo testi entusiasti e pregni d’orgoglio sardo. Non che frequenti persone amanti dell’arte della guerra: credo invece che queste fugaci fiammate etnico-nazionali (riscontrabili con rara intermittenza dagli stessi amici durante l’anno) dipendano dal riconoscimento che “ci” verrebbe attributo su palcoscenici ritenuti (a torto) più grandi e più nobili.
Mi mette tanta amarezza questa tendenza. Quella che ci fa essere orgogliosi della Brigata quando marcia ammirata e rispettata da autorità e pubblico; quella che ci fa esultare alle prodezze di Aru e della Dinamo Basket, che tutto sommato ci dimostrano quanto in fondo non siamo così inadeguati, così piccoli, così – esagero volutamente- inferiori trovandogli in mezzo agli altri. È evidente che abbiamo bisogno di simboli. E per questo che sono assolutamente d’accordo con le proposte di Franciscu e Paolo. E poi, visto che siamo tra noi, la politica – come diceva un autore a me caro – si esprime attraverso il simbolismo.

Ad una condizione però. È giusto produrre memoria, simboli ed emozioni coerenti con la nostra storia ed i nostri obiettivi. E dobbiamo con tutta forza esprimere le identità che plasmano l’Isola e che esistono di per sé nella vita di tutti i giorni, senza la necessità di attendere la “reazione” che esse emettono in palcoscenici altri. Quelle qualità che paiono connaturarci esclusivamente nei momenti dei trionfi beh, è la pasta che forgia le identità che esperiamo costantemente, come sardi, come cittadini, come lavoratori, come padri e come figli.

E questo si può fare trovando il modo – come singoli e come Partito – di raccontarci tutti i giorni, di esprimere e manifestare le peculiarità di cui siamo composti e di cui ci facciamo vanto nell’eccezionale anche nel silente svolgersi quotidiano. Necessitiamo più del pane di canali e momenti in cui mostrarci e spiegarci costantemente per quel che siamo e non solo per relazione o contrapposizione.
Concludo tornando alla Sassari: marciavano, in occasione del centenario della Grande Guerra, con la divisa storica indossata durante i fatti del ’15-’18. Forse sono distratto – oltre che essere lontano – ma non ho visto grandi dibattiti su ciò che ha significato realmente il ritorno dei reduci in Sardegna. Mi è venuto in mente rileggendo “Il giorno del giudizio” di Satta poco tempo fa, quando racconta delle «idee che fermentavano, la più strana di tutte quella di fare della Sardegna una repubblica».

C’è ancora tanto da sapere, da scoprire e da produrre. Mettiamoci all’opera.