Sardexit. Cosa imparare dagli ultimi fatti internazionali

di Enrico Cocco
Riprendo alcune considerazioni interessanti nel recente post di Paolo Maninchedda “La Grecia e le elezioni a Cagliari e Olbia”: ovvero di come nei tempi attuali le masse elettorali siano molto sensibili a simboli ed emozioni rapidamente fagocitabili (a discapito dei ragionamenti e dei loro tempi lunghi) e, soprattutto, di come la storia sia “il teatro di minoranze attive che devono tenere conto del libero formarsi dell’opinione pubblica”.

È di capitale importanza ricordarsi di questi due elementi, specialmente a mio modo di vedere dell’ultimo aspetto. In tempi di protagonismo mediatico di singoli attori, di competizioni elettorali costantemente piegate alla valutazione pro o contro qualcuno, si è in definitiva nel rischio conclamato di perdere di vista non solo le idee di cui i vari personaggi sono rappresentanti, ma anche di quale sia il liquido di coltura, il vero e proprio humus in cui “i discorsi” nascono.

Il popolo greco è stato chiamato ad una scelta di cui con altissima probabilità non era totalmente consapevole ed informato. La capacità politica di Tsipras – senza volerne qui commentare qualitativamente l’operato – è stata quella di mettere “rapidamente” all’opera la società (cosa c’è di più semplice che esprimere un Si o un No, è alla portata di tutti) caricando però la votazione di significati presi proprio da quel humus in cui la società greca vive questi anni difficili ed in cui i cittadini liberamente formano le proprie opinioni (sulla propria pelle, peraltro).

Questo però è stato possibile grazie ad un fatto: l’inflessibilità e l’univocità del discorso.

Va dato atto a Syriza ed al governo greco, fatte salve le ovvie tattiche e strategie, di aver con chiarezza definito i contorni della propria azione, che partivano dall’economia ma che in realtà attaccavano e scioglievano nodi inerenti alla politica ed alla vita quotidiana.

Franciscu Sedda spesso descrive il nostro popolo come formato da “sardi indipendentisti e sardi non ancora indipendentisti”. Tsipras con le sue scelte si mette contro tutti i greci che in questo momento storico votano Si alle misure della Troika, che vivono tranquillamente nella bufera della crisi se non quando, spesso, diventano sempre più ricchi. Ciò, ugualmente, succede in Italia e in Sardegna.

È una questione di scelte, è la volontà di una minoranza attiva di fare in modo che le proprie idee diventino patrimonio nazionale (ed internazionale), grazie alla cristallina capacità di intercettare ed interpretare ciò che passa d’orecchio in orecchio tra i cittadini.

Arriviamo quindi alla nostra isola. L’esperienza politica quotidiana dovrebbe (dovrebbe, anche se non succede) mantenere una tensione viva come fossimo in una campagna elettorale permanente.  Questo adagio ha correntemente un’accezione negativa: non potrebbe essere altrimenti, visto che spesso la vacuità dei contenuti e di certi personaggi rimane immutata in tutti i giorni dell’anno, occasioni speciali comprese.

Alle prossime elezioni a Cagliari e ad Olbia, i messaggi e i discorsi (coerenti alla rapidità di comunicazione dei tempi in cui viviamo) non devono esclusivamente esprimere la contingenza quotidiana: qui mettiamo una rotonda, qui non si beve dopo mezzanotte, l’asfalto lo facciamo rosso o blu.

Devono essere l’espressione di ciò che ci si chiede in Sardegna (e nelle due città): perché aumenta la disoccupazione e l’emigrazione, perché la stagione turistica si accorcia ogni anno di più, cosa ne facciamo del settore primario, cosa ne facciamo della industria, cosa ne facciamo delle servitù militari, cosa ne facciamo di uno Stato inaffidabile e di una Unione Europea cervellotica con sempre più i tratti di un club privato per aderenti a dogmi teologico/economici.

Insomma, di cosa ne facciamo della nostra stessa vita e del nostro futuro.