Sardegna, Mondo, 11 novembre 2016: ciò che dobbiamo essere, ciò che vogliamo fare

Senior man and baby holding the Earth in hands against a rainbow in spring. Ecology concept

Una società in cui mariti bruciano mogli, maestri maltrattano bambini, amici vessano disabili, assistenti umiliano anziani, è una società senza futuro. È una società che non può produrre futuro. Una società che al massimo può produrre scuse – la crisi, l’Europa, gli immigrati, la politica, gli altri, sempre qualcun altro – per non fare i conti con i propri limiti. Una società in cui la violenza abita le case, le scuole, i luoghi di lavoro. Una società in cui l’aggressività attraversa i luoghi fisici e immateriali, colpendo tanto i vicini quanto gli sconosciuti, è una società destinata ad estinguersi per autoconsunzione. Una società destinata ad affogare nella melma che che essa stessa ha prodotto.
Questa società siamo noi, siamo tutti noi quando ci lasciamo andare al peggio, quando ci convinciamo che non c’è altra possibilità se non la via più facile – quella di prendercela con gli altri pur di non cambiare in meglio, ciascuno e tutti insieme – anche se in coscienza sappiamo che questa via finisce in un burrone. Questa società siamo noi. Anche se ognuno in modi e con pesi differenti, siamo noi.
Ma noi sappiamo che possiamo essere diversi. Noi siamo quelli che quando vogliono sanno essere rispettosi, gentili, premurosi, umili, impegnati, laboriosi, sensibili, aperti, amorevoli. Noi sappiamo esserlo, anche se è più faticoso. Eppure sappiamo che è più bello. E ricordarcelo è un dovere perché questa è la rivoluzione.
Far diventare il positivo, il bello, un impegno quotidiano, la regola tangibile, l’abitudine inscalfibile. Questo dobbiamo fare, anche se nessuno ce ne darà inizialmente merito, anche se all’inizio sembreremo pochi.
Una maggioranza silenziosa ma inarrestabile. Una maggioranza sensibile e appassionata per una rivoluzione gentile, una rivoluzione del rispetto, una rivoluzione costruttiva.
Dobbiamo farla. Se veramente crediamo che la Sardegna sia diversa, che la Sardegna abbia qualcosa di diverso e migliore da dare al mondo.
Dobbiamo farla. E dimostrare che non chiediamo libertà e dignità per finta ma che costruiamo libertà e dignità per davvero. Per tutte e tutti.
Ogni santo giorno e in ogni diavolo di luogo della nostra terra. Perché troppa acqua è passata sotto i ponti della storia per ignorare che i deboli che si buttano nelle braccia del forte saranno i primi ad essere schiacciati. Perché il debole che si fa arrogante per difendersi si condanna a vivere in un posto violento, in un posto che tradisce la giustizia che egli stesso sta cercando, un posto che fa ancor più schifo di quello da cui vorrebbe scappare. La verità è invece che i deboli non hanno bisogno di diventare piccoli carnefici per farsi forti o di affidarsi a grandi carnefici per farsi proteggere.
Proprio come i sardi non hanno bisogno di sbranarsi l’uno con l’altro per sopravvivere o di affidarsi all’Italia per farsi salvare.
Noi abbiamo solo bisogno di unirci per fare cose grandi. Noi abbiamo bisogno di unirci attraverso il lavoro quotidiano per piccoli e grandi obbiettivi di cambiamento. Cambiamento radicale perché concreto. Perché capace di creare coesione, capace di farci vivere subito un po’ meglio, capace di creare quel piacere intimo che incita a maggiore solidarietà, inclusione, condivisione, coraggio, creatività, libertà. Un cambiamento diffuso, che non aspetta il potere ma si fa potente attraverso le sue azioni e i suoi risultati.
Un cambiamento che dimostra quanto valiamo. Quanto siamo capaci di valere.
Un cambiamento che facendosi collettivo dimostra che esistono luoghi in cui i deboli sanno farsi forti attraverso la collaborazione. In cui un popolo tenuto in cattività sa farsi nazione senza rinunciare alla sua umanità. Perché ogni giorno fa i conti con i propri limiti pur di costruire una Repùblica nuova, una Repùblica libera, prospera, giusta, degna.
A innantis!

Franciscu Sedda
Segretario nazionale del Partito dei Sardi

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