Prima regola elettorale: non recitare e non dire che va tutto bene

19 maggiodi Paolo Maninchedda
Ieri la novità principale è stata il linguaggio.
La comunicazione di plastica della politica professionalizzata, quella che in un discorso fa tornare tutti i conti, quella che alla fine dice che va tutto bene perché funziona il lessico e la sintassi, bene, questa comunicazione è stata archiviata definitivamente. Quando voglio leggere un discorso che fa tornare tutti i conti compro La Repubblica, Il Corriere, La Stampa, Il Fatto Quotidiano ecc. Quando voglio sentire un candidato che ripete la solita solfa che l’Italia va benissimo e se va male è colpa sempre di qualcuno ma non della natura e struttura dell’Italia, vado alla convention di qualche partito dello ‘stanno tutti bene’, mi siedo e mi somminsitro questa solida dose di bromuro. Ma quando cerco la verità di me stesso; quando cerco il senso della storia; quando voglio guardare alla costruzione del mio popolo, allora cerco i discorsi rotti ma autentici, le persone affaticate dalla vita ma non vinte, le visioni ardite di chi non si accontenta.
Nessun elettore vota per l’elenco delle cose fatte da un’amministrazione. Forse non lo si sa, ma l’elettore fa sempre un investimento di fiducia e dunque si chiede se il candidato sia credibile oppure no.
Fare una piazza o un acquedotto, realizzare le fogne o una strada, in sé non è né indipendentista, né di Destra, né di Sinistra. Sono le cose del minimo sindacale di una buona amministrazione; sono le cose del buon senso.
Domani sarò a Olbia, all’Expo, ore 10. Stasera sarò a Murta Maria e a San Pantaleo.
Ieri a Cagliari abbiamo detto con chiarezza dove va la nostra nave, abbiamo spiegato perché lavoriamo come matti a fare strade, fogne, acquedotti e case: lo facciamo perché abbiamo un obiettivo: rendere questa terra libera, più ricca, più avanzata, più europea, più civile.

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