Quando passa l’occasione e si è distratti

L’ufficio elettorale regionale ha dato la sveglia alla politica sarda.
Ha bocciato l’ammissibilità del referendum sull’insularità dicendo a chiare lettere una cosa denunciata a suo tempo da Franciscu Sedda: la Costituzione italiana non può accogliere nel suo corpo gli interessi nazionali dei sardi; questi devono essere iscritti negli Statuti, non nella Costituzione. Se la Costituzione italiana fosse aperta al riconoscimento degli interessi delle altre nazioni presenti al suo interno, cambierebbe la natura dello Stato.
Noi abbiamo ben chiaro il contrasto tra gli interessi nazionali dei sardi e gli interessi nazionali italiani e abbiamo sempre detto che avere cultura di governo in Sardegna significa avere coscienza della natura degli interessi nazionali dei Sardi, altrimenti ci si propone per governare i sogni, non la realtà.
A questo shock della verità delle cose istituzionali si può reagire in due modi: o facendo tanti ricorsi, raccogliendo di nuovo le firme e dicendoci da sardi per noi sardi (cioè nel nostro Statuto) che siamo un’isola, posto che l’Italia non può dirlo.
Oppure, si reagisce interpretando non la lettera del referendum ma l’anima. I Sardi con la richiesta di referendum non hanno voluto dire che la Sardegna è un’isola; hanno voluto dire che i diritti dei sardi non sono adeguatamente tutelati nell’ordinamento vigente; hanno voluto dire che l’ordinamento è insufficiente rispetto alle attese di diritto e di sviluppo dei Sardi.
Il problema è avere chiaro chi è il destinatario di questo messaggio.
I Sardi stanno parlando forse a se stessi? Hanno forse bisogno di dirsi che vivono su un’isola? Evidentemente no.
Il messaggio è rivolto all’ordinamento italiano e europeo. Il messaggio vuole iscrivere la Sardegna nell’agenda politica e istituzionale italiana e europea.
Bene, si deve sapere chiaramente che ciò accade solo in un modo: serve una grande esperienza civile, legale, pacifica e democratica, così divergente rispetto all’ordinario da porre un problema internazionale. Per esistere nel mondo, si deve esistere collettivamente, non singolarmente o per parti. Per esistere nel mondo bisogna saper dimostrare di essere uniti su qualcosa.
Se la seconda isola del Mediterraneo facesse uno sciopero elettorale, una obiezione nazionale di coscienza, guidata dai suoi ceti produttivi, dagli insegnanti, dagli intellettuali, dai sindacati, allora la Sardegna, tutta la Sardegna, farebbe il suo grande esordio nella società politica contemporanea.
Viceversa, eleggere Tizio o Caio, presentare mille ricorsi, spaccare il capello in quattro, contarsi nei quattro cantoni isolani, buttare i voti che non verranno conteggiati perché inferiori al 3% calcolato su base nazionale italiana, fare tutto questo significa lasciare drammaticamente le cose come stanno.

Paolo Maninchedda
Segretario Nazionale del Partito dei Sardi

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