Non abbiamo paura di una parola che amiamo: indipendenza

Il-Giudicato-di-Arborea-300x204di Paolo Maninchedda

Il sistema politico italiano è chiaramente in una fase di crisi e di cambiamento, finalmente.
Le cose cambiano, in Italia, non per approfondimento delle convinzioni e per miglior conoscenza della realtà. No, in Italia si cambia quando si ha paura di perdere o quando si scommette sulla vittoria.
In ogni caso, il quadro si sta semplificando.
La Destra ha gettato la maschera del liberalismo e sta usando, per lucrare sulla paura dei cittadini, i suoi contenuti classici: xenofobia, militarismo, populismo. Il fisco, esssendo divenuto cavallo di battaglia del Presidente del Consiglio, è passato in secondo piano.
La Sinistra, nata su un pensiero con ambizioni di spiegazione della storia e della realtà universali, patisce la difficoltà di produrre un pensiero riformista di sola scala particolare italiana. Mi spiego meglio. L’unico pensiero di sinistra politica, erede delle sinistre storiche, che abbia un minimo di rango culturale europeo oggi è un pensiero antagonista e rivoluzionario o giù di lì (antiglobalizzazione, anti-Nato, anti accordi bilaterali Stati Uniti Europa, anti ogm, anti banche, anti Euro ecc. ecc.). In Italia la Sinistra non è rivoluzionaria, dai tempi di Togliatti; tuttavia anche in Italia esiste la sinistra rivoluzionaria ed esiste l’estetica della sinistra rivoluzionaria che è l’unico atto in cui l’anelito rivoluzionario si traduce, grazie a Dio (quando negli anni Settanta qualcuno confuse l’estetica rivoluzionaria del ’68 con l’etica rivoluzionaria è nato il terrorismo); in un sistema proporzionale anche la Sinistra rivoluzionaria trova il modo di soddisfare i suoi bisogni di rappresentanza, mentre in un sistema maggioritario soffre.

Che è successo del riformismo socialista europeo? È successo che si è evoluto in un riformismo democratico, ossia non in un pensiero della soluzione del conflitto sociale (ormai superato dall’evoluzione delle carte costituzionali europee), ma in un pensiero della garanzia della partecipazione, della difesa dei diritti civili, della tolleranza culturale, della sostenibilità ambientale.
In questo momento in Italia la sinistra riformista socialista è però egemonizzata nel Pd dalla sinistra riformista di provenienza cattolica. La cosa non piace, ma è così.
Il quadro però mostra criticità elevate perché la natura policentrica della comunicazione politica moderna non fa vedere i programmi, mostra solo i leader. Il Pd nella coscienza della gente non è il suo programma, ma il suo leader: Renzi.
Renzi non può rappresentare, facendo il leader come lo fa lui, tutto ciò che il suo mondo vorrebbe che fosse rappresentato. In più ha fatto l’errore che fanno tutti quelli che non hanno il senso della precarietà dell’esistenza: ha pensato di aver consolidato gli alti consensi ricevuti alle europee e ha pensato l’Italicum in modo tale da dare il premio di maggioranza ai due partiti maggiori anziché alle coalizioni. A sinistra del Pd è dunque rinata una sinistra politica che occhieggia al radicalismo e all’antagonismo carsico europeo. Tutti questi tatticismi sono animati anche dall’istinto di sopravvivenza dei dirigenti politici, che ovviamente studiano il campo di battaglia previsto dalle leggi elettorali per capire come meglio posizionare se stessi e la propria proposta.

Tutto bello, tutto chiaro.
Però c’è anche gente normale che si sente stanca di tutto questo tatticare; c’è gente normale che accetta punti di vista differenti. Tra questi c’è il senatore Luciano Uras.
Di che cosa abbiamo parlato in questi due anni con Luciano? Di tre temi: di libertà, di giustizia e di nazione sarda (e d’altra parte io di che cosa parlo se non di questo?).
Luciano non vuole più inutilmente guidare cortei, vuole trasformare la realtà, renderla più giusta, più vivibile, più umana. Non vuole più solo rappresentare, vuole trasformare e incidere. La Sinistra in cui lui può stare non è quella del posizionamento tattico, è quella della fraternità, del dialogo.
Perché Luciano ha parlato con il Partito dei Sardi?
Perché sa, perché ne è bene informato, che noi stiamo come torre ferma su un punto che anche lui sta scoprendo come decisivo: noi poniamo ai Sardi la domanda: chi decide per noi? E rispondiamo che devono decidere i Sardi (questa, poi, è in ultima analisi la base dell’accordo consiliare con il Centro democratico. Anche il Centro Democratico dice che dobbiamo decidere noi. Come pure lo dicono molti esponenti del Pd con cui piacevolmente dialoghiamo e ci incontriamo).
Noi siamo per l’indipendenza della Sardegna, non siamo autonomisti. Noi siamo la parte indipendentista del comunicato di SeL e ricambiamo l’offerta di dialogo e la certificazione di collaborazione. Ma siamo indipendentisti. Noi vorremmo realizzare il percorso attuatosi in Catalogna e in Scozia, dove dentro grandi partiti della Nazione stanno diverse radici culturali. La nostra proposta era e rimane questa.
Noi siamo per l’indipendenza e stiamo costruendo pazientemente una classe dirigente che sappia governare, non che sappia solo questuare, come ha insegnato a fare la lunga parentesi autonomista.
Noi sosteniamo che i Sardi sono portatori di una sovranità originaria e non delegata dal Popolo italiano, che è un’astrazione per stessa ammissione della Costituzione italiana.
Noi sosteniamo che i Sardi hanno capacità di governo.
Noi sosteniamo che se fossimo noi stessi a governarci, la Sardegna sarebbe migliore.
Noi sosteniamo che la Sardegna è una Nazione piena, a tutto tondo.
Noi contestiamo la paura della responsabilità che sta dietro le riduzioni autonomistiche della Nazione mancata, della Nazione abortita o fallita che dir si voglia.
Noi sosteniamo che l’ordinamento italiano è fortemente limitativo del diritto allo sviluppo e del desiderio di libertà dei sardi.
Noi sosteniamo che la giustizia sociale in Sardegna è fortemente limitata da un ordinamento barocco, opprimente, spesso contraddittorio e comunque non calibrato sui reali bisogni degli esclusi.
Noi sosteniamo che l’indipendenza si costruisce con la dimostrazione delle nostre ccapacità, con il consenso maturato legalmente e pacificamente, con una dura scuola di confronto dialettico con l’Italia. Noi costruiamo, rispettando le leggi di questo sistema italiano che non ci piace, il futuro che vorremo e che abbiamo lungamente pensato.
Noi sosteniamo che serve un grande partito della Nazione Sarda e pensiamo che questo possa nascere nell’area progressista, proprio per la sua natura pluralista, tollerante, democratica, solidaristica.
Oggi, chiunque faccia esperienza politica in Sardegna è costretto a riconoscere che senza il nostro perimetro dialettico con l’Italia il profilo politico della coalizione sarebbe molto deficitario.
Noi sosteniamo, e concludo riprendeno la prima parte del ragionamento, che la crisi di cambiamento in Italia è una grande occasione per far nascere in Sardegna un Partito della Nazione Sarda. Nel frattempo noi ripetiamo e ripeteremo che ogni nostro militante, ogni nostro candidato, ogni nostro consigliere regionale, ogni nostro assessore sa ed è convinto di lavorare per una sola patria, per un solo paese, per un solo Stato: la Sardegna.
In questo putiferio italiano, un po’ di chiarezza non guasta.