L’intervento di Paolo Maninchedda all’Assemblea Nazionale del Partito dei sardi

4Non intendo dire una sola parola sul merito della vicenda che mi ha colpito e credo che voi tutti comprendiate bene il perché di questa scelta.
Se lo farò, lo farò quando questa vicenda avrà tutti i sigilli conclusivi.
Penso però di dover dire due parole sul nostro codice etico, perché mi son dimesso da assessore regionale e da Presidente del partito per coerenza personale e per adesione convinta al nostro codice etico.
La prima domanda a cui dobbiamo rispondere è: il nostro codice esce rafforzato o indebolito da questa vicenda? Dobbiamo mantenerlo o correggerlo?
La mia risposta è sì, dobbiamo mantenerlo.
Dobbiamo essere severi con noi stessi, perché in questo mondo che banalizza tutto, noi dobbiamo tenere alta la consapevolezza della distinzione tra gli eventi e gli atti dello Stato gravi e incidenti sulla vita delle persone e delle istituzioni e gli atti politici e istituzionali, invece, di altra portata.
Ricevere un avviso di garanzia è un fatto grave che un uomo con responsabilità pubbliche, cioè un uomo di stato, deve sempre interpretare come tale.
Una persona normalmente onesta, non un santo, ma un uomo onesto, non può restare indifferente ricevendo un avviso di garanzia.
Solo la forma di questo documento, quando lo si legge, intacca tutte le sicurezze di un uomo normale.
Quando si rivestono cariche pubbliche, si può avere la tentazione di rispondere sostituendosi alle procedure e alle istituzioni deputate a decidere se si è o non si è colpevoli di ciò di cui si è accusati.
Si può avere la tentazione di rivolgersi direttamente al popolo, al proprio popolo, e dire a priori che si è innocenti; si può essere tentati di cantarsela e suonarsela da soli.
Personalmente continuo a ritenere sbagliato questo atteggiamento.
Nessuno può autocertificare la propria innocenza, una volta che lo Stato l’ha messa in discussione.
Le dimissioni sono l’unico modo per non coinvolgere le istituzioni che si rappresentano nella vicenda in cui si viene coinvolti.
Questa serietà non deve essere revocata, anche per comunicare ad altre articolazioni dello Stato, che ci sono ancora persone che non hanno quattro strati di pelo sullo stomaco, persone alle quali un avviso di garanzia cambia la vita, persone che non vivono atti di questa portata come un qualunque incidente nella loro vita.
Gli atti dello Stato sono fatti molto importanti che richiedono consapevolezza dell’impatto che determinano nella vita delle persone.
Se il mondo politico reagisce con leggerezza agli avvisi di garanzia, a mio avviso è più probabile che venga meno la consapevolezza profonda in chi li emette dell’impatto che questi atti, che non sono normali atti amministrativi, hanno sulle persone e sulle istituzioni.
L’errore è la cosa più naturale nella storia.
Sbagliare è possibile.
Correggere l’errore è una virtù che dobbiamo sapere apprezzare e che sappiamo apprezzare.
Ma bisogna essere consapevoli che nel clima feroce in cui viviamo, il tempo dell’accertamento è tempo della condanna morale le cui conseguenze, biologiche per le persone, storiche per i partiti e le istituzioni, spesso non sono adeguatamente apprezzate.

Il Presidente Pigliaru ha respinto le mie dimissioni con due argomenti: la necessità dell’accertamento dei fatti e il maggior vantaggio pubblico a tenermi impegnato a concludere le più spinose partite aperte a me affidate (Abbanoa, Idrogeologico) piuttosto che ad allontanarmi dalla Giunta.
Le dimissioni sono in bianco e quindi il Presidente può sempre ripensarci.
Tuttavia il suo ragionamento è una novità.
Il Presidente ha apprezzato il comportamento coerente col nostro codice etico, cioè ha apprezzato il fatto che per intanto le mie dimissioni siano arrivate sul suo tavolo.
Poi ha aggiunto un fatto nuovo: ha voluto inserire una sua valutazione dei vantaggi e degli svantaggi pubblici derivanti dalle dimissioni e ha optato per respingerle.
È un metodo nuovo. Da una parte si apprezza, a ragione, a mio avviso, che nessuno se la canti e se la suoni da solo e dunque si dimetta e rimetta ad altri la valutazione della sua situazione, dall’altra c’è un’assunzione di responsabilità del ruolo presidenziale che giudica cosa fare in base all’interesse pubblico, in attesa dell’accertamento dei fatti.
Insomma, il Presidente si riserva di decidere caso per caso ma usando un criterio: il vantaggio pubblico della scelta. Mi sembra una novità non compiutamente apprezzata dalle forze politiche che, essendo sotto shock sulla questione morale, non parlano dell’argomento.
E mi sembra anche un’innovazione politica che prima o poi porterà anche il Consiglio regionale ad esprimersi.
Come sempre, da una criticità nascono delle opportunità.

Poi c’è il tema dei tempi feroci in cui stiamo vivendo.
Io credo che la profonda difficoltà economica che sta vivendo la nostra gente non si superi con la superficialità della conoscenza, con le cose lette in rete e ripetute, con l’antiscientismo, ma soprattutto non si superi costruendo e guidando cortei.
La Sardegna delle proteste sta cercando un ceto dirigente che non si metta in testa ai cortei perché così ritiene di interpretare il volere del popolo; la Sardegna sta cercando qualcuno che risolva problemi, che produca ricchezza, che aumenti la sicurezza, che migliori la vita.
Fare politica non è indignarsi; è impegnarsi.
I populisti gridano sempre “Vergogna”; i democratici indipendentisti dicono sempre “Impegno”.
Il tasso di competenza dei nostri amministratori e dei dirigenti politici si sta paurosamente abbassando fino a far coincidere la competenza superficiale che si è sempre sentita nelle conversazioni tra amici, con la competenza che si sente echeggiare nelle aule parlamentari. La conseguenza principale è che il ceto politico si fa dettare l’ordine del giorno non dalle necessità reali ma dagli umori. Se il ceto politico abiura alla sua funzione di guida, il sistema istituzionale che ne deriverà sarà l’elezione diretta del Capo che si rapporterà quotidianamente con la piazza.

Faccio quattro esempi.

Il tema dell’energia è tema strategico per far ripartire la produzione della ricchezza in Sardegna in modo ecosostenibile. Questa tema è arenato, è fermo, non si può dire che sia disdegnato dalla Giunta e apprezzato dai partiti e dal Consiglio. Semplicemente non è in nessun luogo nelle forme in cui dovrebbe esserci. Noi abbiamo bisogno di un periodo di transizione verso il metano che non può che riguardare sia la produzione che la commercializzazione in Sardegna dell’energia. La linea del Governo è semplice: compratevi l’energia dal mercato italiano a cui siete connessi con due cavi. Quindi, per il governo italiano, dobbiamo vivere senza metano e comprare l’energia elettrica. Tutto qua. Noi abbiamo da tempo avanzato la proposta della eliminazione dalla bolletta verso famiglie e imprese, per un periodo concordato, degli oneri di sistema, che incidono per circa l80% del prezzo. Sarebbe una sorta di fiscalità di compensazione per lo svantaggio dell’assenza del metano.

Eppure, questo tema strategico, ha occupato meno del 5% dei temi discussi in Consiglio regionale, e poco più di spazi dati sui media.
Il tema dell’acqua è tema strategico. Tutti sapete, perché ve ne ho sempre parlato, che c’è un giro di debiti incrociati che oggi affligge il sistema composto da Consorzi di Bonifica, Enas, Abbanoa. Dovremmo risolverlo a breve con una leggina che è già in Commissione. Dopo però si dovranno fare scelte importanti. L’acqua in Sardegna scarseggia. Abbiamo molte dighe e molti invasi per questo. Ma un rilancio dell’agricoltura in grande stile, di cui abbiamo un febbrile bisogno, passa per la gestione dell’acqua. Nella Pianura Padana l’acqua è gratis. Qui no, perché ha dietro un processo industriale. Noi dovremmo proporre di cambiare la legge 19/2006 e di dare l’acqua gratis agli agricoltori, consentendo ai Consorzi di Bonifica di prodursi l’energia elettrica con derivazioni idroelettriche.

L’acqua grezza gratuita in agricoltura è un importante obiettivo ed è un nostro obiettivo.
Di tutto questo, che è il futuro, non si parla.

Poi c’è il tema grande della partecipazione alla vita pubblica. La legge più importante è quella elettorale. Ha fatto prima il Parlamento italiano a fare l’Italicum di noi sardi e del nostro Consiglio regionale. La legge elettorale va fatta subito e va pensata guardando al diritto di partecipazione dei cittadini, alla comprensibilità delle norme, alla stabilità del governo, alla scelta diretta delle persone da parte degli elettori.

Si parla dell’Italicum ma non della nostra legge elettorale.

Altro tema, le amministrative. Molti candidati alla carica di sindaco hanno programmi elettorali tutti di opere pubbliche che dovrebbe pagare la Regione. Io resto a bocca aperta. Poi, sia chiaro, ci sono candidati e candidati, come ci sono uomini e comparse e controfigure, e qualche volta capita di incontrarne qualcuna più evanescente di altre, ma il dato vero è che i paesi della Sardegna hanno un gran bisogno di manutenzioni e di lavori, ma usano il bilancio proprio con l’idea che le opere le debba finanziare la Regione. Quel tempo è finito. Dobbiamo pensare diversamente alle politiche per le opere pubbliche di interesse locale. Dobbiamo pensare diversamente all’utilizzo delle entrate nei bilanci comunali.

Insomma, i temi strategici sono evidenti, eppure vengono nascosti da un dilagante qualunquismo che solo quando viene ucciso un ragazzo scopre che in Sardegna siamo vittime di una crisi educativa di proporzioni epocali.

Abbiamo smesso di far leggere ai ragazzi i libri dei buoni sentimenti, degli eroi e dei santi, abbiamo smesso di credere che non c’è educazione senza guide, cioè insegnanti e genitori, che abbiano una chiara visione dell’uomo e della storia. Il risultato è una gioventù senza maestri.

Non siamo educati a vivere i sentimenti. Non sappiamo apprezzare le emozioni, ma ogni cosa seria diventa un pretesto per un’effimera scossa di adrenalina che dura il tempo di un battito di ciglia.

La scuola e la famiglia sono in preda a una confusione che non si rimedia né con l’indignazione, né con i facili sociologismi, né con il rituale buonismo ecclesiastico.
Ecco perché serve un partito come il nostro, perché c’è bisogno di visione e di serietà, di impegno, di lavoro, di fatica gratuita per gli altri, c’è biogno di qualcuno che voglia costruire qualcosa di più grande, perché la nostra ambizione è sempre il Partito della Nazione sarda, collocato nell’area progressista europea. Continuiamo a lavorarci; io continuerò a farlo anche da dimissionario, perché ci credo.

Paolo Maninchedda

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