L’intervento di Franciscu Sedda al VI Congresso FASI

Istimadas sorres, istimados fradis,sono molto emozionato e molto felice di portarvi questo saluto. Si tratta infatti di un saluto a nome del Partito dei Sardi – dunque un saluto a nome mio, in quanto Segretario Nazionale, ma anche a nome di Paolo Maninchedda, Presidente del Partito nonché Assessore ai Lavori Pubblici della Sardegna, dei nostri rappresentanti nel Parlamento Sardo, e con noi di tutte le attiviste e gli attivisti del Partito dei Sardi – ma è anche un saluto personale, da parte mia: un saluto da disterrau a disterraus.

A diciotto anni infatti sono partito per andare a studiare a Roma, lì ho fatto il dottorato di ricerca e poi sempre a Roma ho cominciato a lavorare. Mentre tutto questo avveniva, mentre già mi sentivo fuori e lontano dalla mia terra, ho avuto la possibilità di andare ancora più lontano. E probabilmente, se avessi fatto altre scelte, non sarei mai tornato. E invece ho pensato che ero già abbastanza lontano. Così, mentre mi dedicavo al mio lavoro ho continuato a coltivare l’idea del ritorno. E mentre coltivavo l’idea del ritorno ho iniziato – come fate voi, come facciamo tutti noi sardi che andiamo via – a rafforzare l’impegno per la nostra terra, a nutrirla con la passione per la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra storia: la storia di un popolo, di una nazione, che sta ancora cercando sé stessa ma che, secondo me, anche col vostro aiuto e l’aiuto di tutti noi, ritroverà la sua coscienza. Alla fine, quando ormai avevo vissuto più anni fuori dalla Sardegna che in patria, sono riuscito a ritornare.

Mi piacerebbe che questa mia piccola storia individuale fosse anche la storia di ciascuno di noi, nella misura in cui ciascuno di noi desidera rientrare: perché, lo sappiamo, si può andare via senza volerlo, per cercare un lavoro, per uscire da una situazione di crisi o assenza di opportunità ma si può anche andar via volontariamente, per crescere, per conoscere, per seguire sogni e amori.

Eppure, in ogni caso, io credo che andar via alla fine costringa tutti a guardare alla Sardegna, e a sé stessi, da un punto di vista differente. Sappiamo tutti che andare via significa acquisire una sensibilità incredibile rispetto alla nostra terra, significa riuscire a vederla per intero e in piena luce, come un unico grande corpo dove spariscono la conflittualità che a volte ci dividono all’interno e si focalizza quello che veramente conta: l’amore profondo che nutriamo per la nostra terra e che dobbiamo saper tradurre in azione politica.

Saper cogliere l’amore immenso che nutriamo per la Sardegna e farlo diventare azione di trasformazione e miglioramento quotidiano della nostra terra e della sua gente. Questo è l’impegno che sono qui a prendere con voi. È un impegno che ho sempre preso personalmente con gli amici della FASI e con i Circoli – che ringrazio di cuore – che mi hanno invitato per parlare del passato, del presente e del futuro della Sardegna e della sua cultura. Un impegno preso, discusso, condiviso con tante persone fra di voi, che fanno parte del direttivo della FASI – a cui faccio i migliori auguri di un lavoro proficuo – o che a vario modo e titolo sono impegnati nella rete dell’emigrazione sarda in Italia e per il mondo.

È un impegno che prendo a nome del Partito dei Sardi. Noi ci siamo. Ci siamo per ascoltare le vostre esigenze, i vostri progetti, le vostre aspirazioni. Ma ci siamo ancor prima per cogliere l’amore profondo che da lontano testimoniate per questa nostra terra. Noi ci siamo. Perché come voi siamo nutriti da questa sensibilità, la sensibilità dei sardi che vanno per il mondo e che per il mondo portano un’idea di Sardegna unita e aperta, di una sardità “glocale”, capace di viaggiare fra molteplici dimensioni globali e locali dell’esistenza, e questa idea, questa ricchezza d’esperienze, la vogliono riportare a casa.

Tuttavia, per riuscire in questo compito, noi disterraus dobbiamo fare insieme una scelta forte e non scontata: sentirci gli ambasciatori di una nazione. Non semplicemente i portatori di un sentimento e di una tradizione da preservare, ma i testimoni di una nazione, di una comunità politica, da far rivivere.

Noi sardi siamo come gli irlandesi, noi siamo come tutti quei popoli che hanno visto nell’emigrazione, in su disterru, un grande vettore, un grande veicolo di emancipazione nazionale. Un modo per dire al mondo: “noi esistiamo”.

Se non fosse così che senso avrebbe la FASI? Federazione delle Associazioni Sarde in Italia: lo ripeto, “in Italia”. Questo significa che quando noi usciamo da questa terra, quando varchiamo il mare, quando ci spostiamo in un qualunque “continente” che noi sia “qui” – la Sardegna – noi viviamo un espatrio. Non dobbiamo dimenticarlo. Questo non significa che poi ciascuno di voi, di noi, non possa essere un ottimo cittadino in Italia, in Germania, in Francia, in Belgio o in qualunque altro luogo del mondo. Anzi, è un grande vanto dei sardi il fatto che, dovunque vadano, sappiano farsi apprezzare, sappiano distinguersi perché ci viene riconosciuta una diversità fatta di dedizione, di onestà, di capacità di integrarci in modo fattivo nelle comunità dove viviamo.

Questo è naturale e giusto. Fa parte del nostro dovere di uomini e della nostra libertà di scegliere dove e come condurre la nostra vita personale. Ma questo non può e non deve far venir meno il fatto che proveniamo da una nazione che – attraverso ciascuno di noi – cerca se stessa, vuole affermare se stessa. Davanti al mondo, nel mondo, per il mondo. E questa nazione che vuole parlare e agire attraverso noi, che solo attraverso le nostre scelte e azioni può arrivare a compiersi, è la Sardegna.

So bene che questo ci spaventa e ci fa paura perché abbiamo sempre pensato che per poter essere cittadini del mondo dovevamo prima diventare qualcos’altro: non solo andando via, ma ancor di più mentre restavamo a casa. Come se l’essere sardo fosse un limite, come se per essere a tutti i titoli cittadini del mondo dovessimo prima diventare spagnoli, come è successo un tempo, o italiani, come oggi. Invece, per quanto sia banale dirlo dobbiamo ripetere a noi stessi che non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno per essere “esseri umani”. Noi lo siamo già. Noi siamo esseri umani sardi e dobbiamo avere il coraggio di superare con umiltà ma una volta per tutte ciò che ci frena: altrimenti il nostro orgoglio, il nostro sbandierato orgoglio di sardi, sarà soltanto il paravento di una grande paura e di un grande complesso di inferiorità.

Noi invece non possiamo vivere di complessi. Questa terra non può salvarsi con i complessi. Questa terrà si salverà quando il nostro popolo si assumerà le proprie responsabilità di nazione e i suoi disterrati il ruolo di suoi ambasciatori. Questa sfida collettiva è ciò che ci deve motivare a trovare modi nuovi e operativi per dare un senso fecondo alla relazione fra i sardi residenti e i sardi emigrati, i sardi di dentro e i sardi di fuori, i sardi che vanno e i sardi che tornano. E così ricostruire anche le relazioni fra i sardi della città e dei paesi, dei Campidani e delle Barbagie, di Cabesusu e Cabegiossu, della costa e dell’interno; e ancora i sardi giovani e i sardi vecchi, i sardi studiati e non studiati, i sardi di una classe e quelli di un’altra, i sardi di una parte e i sardi dell’altra. I sardi da tempo e i sardi da oggi. I sardi da millenni e i sardi del futuro. Tutto questo – un nuovo stato, un nuovo stato della coscienza e un nuovo Stato politico – deve essere costruito. So che non è facile. Probabilmente ci sono tante mancanze da colmare. A partire dalle classiche mancanze che viviamo fuori e dentro, e di cui tutti ci lamentiamo: “i sardi che si perdono in un bicchier d’acqua, i sardi disuniti, i sardi invidiosi”. Ma direi anche, i sardi che si perdono nella polemica, i sardi che si perdono nella frustrazione, i sardi che si perdono perché non si stimano. I sardi che continuano a constatare mancanze invece di diventare esempio di problemi risolti, di stereotipi abbattuti, di una gioia ritrovata, nutrita, conquistata giorno per giorno. La verità è che le nostre mancanze sono lì perché non le abbiamo ancora affrontate con coscienza, cuore e coraggio di Natzione.

Lasciatemi fare un esempio. Recentemente è stata approvata la legge per l’Agenzia Sarda delle Entrate. Si tratta di un risultato importante per il Partito dei Sardi, perché era il nostro primo punto programmatico e di governo. Ma ciò che ha reso davvero importante questa legge, ciò che ha mosso la nostra azione è che si è trattato di una battaglia popolare, la battaglia non violenta di un popolo che finalmente cerca di riappropriarsi di un pezzo fondamentale della sua sovranità. Ancor meglio, è stata una battaglia partita da pochissimi cittadini e che nel tempo si è fatta coscienza collettiva, impegno diffuso e infine azione politica e istituzionale. Sancita dal voto democratico della più alta assemblea sarda, del nostro Parlamento. Ciò significa che, ben al di là della legge, ciò che è penetrato nei sardi e non potrà più essergli tolto è il sentirsi portatori di un diritto inalienabile: non solo fare giustizia di un meccanismo che ha visto i nostri soldi andar via e poi non tornare – mentre ci si faceva credere che eravamo dei “mantenuti” – ma ancor più profondamente affermare il diritto-dovere a prenderci la responsabilità sulla nostra ricchezza, a imparare a gestirla bene, a creare una fiscalità a nostra misura, a misura dell’economia e della prosperità che vogliamo creare. Questo ha fatto l’Agenzia Sarda delle Entrate. E questo farà venendo applicata, coltivata, rafforzata passo dopo passo. Questo fanno i buoni esempi. Questo fanno i buoni semi. Con la cura di tutti, crescono e danno frutti.

Fatemi restare un attimo sulla fiscalità perché ne parlavamo un attimo fa, fra il pubblico, con Enzo Favata. Sentiamo e vediamo storie di nostri connazionali, e non solo, che dopo la pensione vanno a godersi il riposo in luoghi molto lontani da qui. Molto spesso non si tratta di luoghi necessariamente “più belli”. Si tratta di luoghi – si parlava prima del Portogallo – in cui si può godere di uno statuto fiscale particolare, di un costo della vita sostenibile. Perché non dovremmo immaginare che la Sardegna possa e debba usare la leva della fiscalità anche per creare le condizioni di un rientro dei suoi disterraus? Cosa ci impedisce di mettere insieme le nostre energie per inventare modelli e soluzioni nostre, magari traendo spunto da buoni esempi che voi, ciascuno di noi, conosce proprio per l’esperienza che abbiamo del mondo? E ancora, cosa ci impedisce di riattivare maggiormente la partecipazione di chi è andato via alla vita politica della Sardegna? Cosa ci impedisce di pensare che la rete, invece di servire principalmente per condividere aggressività e scontento, possa diventare in modo creativo luogo di partecipazione de su disterru alla vita politica della nazione sarda? E cosa ci impedisce di pensare – come stiamo facendo con l’amico e compagno di partito, Modesto Fenu – che i sardi che vivono per il mondo – in Italia e oltre – possano e debbano partecipare alle elezioni sarde? Sì, so che verranno immediatamente sollevate obiezioni ma perché non dovremmo sforzarci di immaginare soluzioni per consentire ai sardi sparsi per il mondo – oggi forse più del milione e seicentomila che sono in patria – di essere partecipi e protagonisti non episodici del futuro della Sardegna? Io credo che un partito come il Partito dei Sardi serva anche a questo: a non aver paura di immaginare e costruire partecipazione, unità e sardità attraverso l’ascolto, il confronto, l’azione.

Infine, lasciatemi condividere con voi un sogno che mi porto appresso da quando ho vissuto l’esperienza de su disterru. Quando ci sarà la Repubblica di Sardegna vorrei che per i 18 anni – ma anche prima – sa Repùblica, la nostra repubblica, regalasse ai nostri figli un viaggio fuori dalla Sardegna. La Sardegna che regala alle sue ragazze e i suoi ragazzi la possibilità di vedere il mondo con occhi giovani e liberi. Il miglior modo per capire chi si è e cosa si vuole essere. Perché quando andiamo fuori ci rendiamo conto con più facilità di quanto valiamo e di cosa possiamo essere come collettività. Grazie dunque a tutti voi, grazie a tutti noi sardi disterraus, che sebbene lontani continuiamo a credere in questa piccola grande nazione che è la Sardegna.

A innantis!

 

29 ottobre 2016

 Franciscu Sedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi

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