L’indipendenza è responsabilità del proprio futuro

Ecco il testo dell’intervista rilasciata ieri da Paolo Maninchedda al giornalista Antonio Grizzuti de La Verità.

Professore, può spiegarci le motivazioni che hanno portato il Partito dei Sardi a proporre l’introduzione di una Costituzione? L’obiettivo finale è quello di costituire effettivamente uno Stato indipendente dall’Italia attraverso una procedura di autodeterminazione?

Per cambiare la realtà – e quella della Sardegna obbligatoriamente deve essere cambiata – bisogna immaginarla diversa. Pensiamo sia stato utile dimostrare che i poteri pubblici, i diritti e i doveri dei cittadini, la regolazione della libertà, possono essere pensati e organizzati diversamente da come lo sono oggi. Certamente l’obiettivo è la fondazione della Repubblica di Sardegna, ma con gradualità, democrazia e metodo gandhiano. Non ci faremo mai relegare negli angoli angusti dell’illegalità. Siamo carichi di pazienza e di determinazione. Non sentiamo la suggestione della violenza e della rivoluzione istantanea.

Alla luce di queste considerazioni, qual è la portata storica e politica, nel 2017, di una tale proposta?

La portata storica della nostra proposta sta nel fatto che per la prima volta viene proposta un’organizzazione del potere e della libertà diversa da quella esistente. Non si dice solo di anelare all’autogoverno, si dice come si organizzerebbero i poteri, i diritti, i mercati. È un atto di onestà e di grande proposta culturale. In secondo luogo, la nostra costituzione ha un’anima culturale molto sincretica. È libertaria. Il suo cuore è la felicità dell’individuo. Il potere pubblico è al servizio dell’individuo, non il contrario. Tutti i poteri pubblici sono controllati dai cittadini, compreso quello giudiziario. È solidaristica e socialista: ogni uomo ha diritto di soccorrere e di essere soccorso e sostenuto nei suoi desideri legittimi; ma è antiburocratica. È ostile a tutti i poteri svolti in nome del popolo ma di cui il popolo non sa nulla (vedi in Italia la burocrazia e la magistratura). Fonda lo Stato sul riconoscimento della buona fede e non sul sospetto come accade in Italia. È aperta e non considera i ricchi colpevoli, anzi considera la capacità di produrre ricchezza sostenibile una risorsa nazionale. Tutto questo nell’Italia attuale è estraneo e inattuale.

Nella seconda metà del XX secolo ci si è concentrati sulla formazione dell’Europa unita, e più in generale la tendenza è quella a riunire gli stati e i relativi mercati per trarne vantaggio. Alcuni analisti oggi parlano invece di una supremazia delle città metropolitane, quasi a riprendere il concetto di polis greca.

La concentrazione dei poteri è un’antichissima tentazione: un solo dio, un solo re, un solo Stato, una sola verità. Dio, invece, non si è mai proclamato re e non ha mai parlato di sistemi ma sempre e solo di persone, ciò che Einstein non capiva. L’idea che concentrare significhi ottenere migliore efficienza, è una bugia. La concentrazione dei gruppi produttivi, la globalizzazione delle produzioni sta distruggendo il mondo. Il futuro sta non nella creazione dell’ordine universale, nel mangiare, vestire e pensare tutti allo stesso modo; piuttosto sta nella costruzione della convivenza delle diversità. Che poi la concentrazione dei poteri si traduca anche in una egemonia urbana e metropolitana è un fatto storico e lo è fino alla constatazione della difficoltà estrema di governo ordinato delle grandi metropoli. Sono le metropoli che portano sempre l’umanità a delegare al potere pubblico spazi sempre maggiori di uso legittimo della violenza. La metropoli genera sempre il tiranno perché non tollera la libertà individuale, la vive come fastidio.

Quali forze indipendentiste hanno aderito al vostro progetto e in che rapporti siete con il mondo dell’indipendentismo sardo?

Ma noi non ci siamo rivolti alle forze indipendentiste! Noi ci siamo rivolti a tutti i sardi, qualunque cosa abbiano votato fino ad oggi. Le reazioni dei sardi sono di curiosità, interesse, approfondimento. Esattamente ciò che volevamo ottenere.

Nella Costituzione c’è un preciso rimando ad un vincolo culturale e istituzionale con l’Europa. Qual è la vostra idea rispetto all’Unione Europea? La Sardegna dovrebbe farne parte? Credete che l’Europa sia vicina alle minoranze e alle iniziative come quella del PdS?

Noi siamo convintamente europeisti. La Sardegna è da sempre un avamposto europeo nel mediterraneo occidentale. Non abbiamo tentazioni terzomondiste e sappiamo quanto pericoloso per noi possa essere il nord Africa. Ma vogliamo che la Sardegna faccia parte dell’Europa come Stato, come oggi accade a Malta. L’Unione Europea è un’unione di Stati, poco importa che siano grandi o piccoli. L’UE non è interessata alla dimensioni e non è molto interessata alle minoranze, al di là delle dichiarazioni buoniste. Ciò che conta in Europa è lo status dell’organizzazione civile che un popolo si dà. Il diritto di parola incisivo è riservato agli stati, non alle regioni. Noi vogliamo stare in Europa potendo difendere i nostri interessi e potendo concorrere alla pari alla politica del vecchio continente.

Che differenze corrono tra l’indipendentismo sardo e le altre forme di indipendentismo nazionale (Lega Nord, ad esempio) ed estero (Scozia, Quebec, Catalogna, Paesi Baschi, etc.)? Avete rapporti con alcuni di questi gruppi politici?

Nessun rapporto con la Lega, moltissimi con Scozzesi, Irlandesi, Catalani e Corsi. I rapporti esteri sono ottimi.

Come giudica la sua esperienza nella Giunta Regionale? Quali difficoltà ha incontrato e quali obiettivi pensa di avere raggiunto? Crede che questa Giunta e il Consiglio possano nei prossimi anni condurre i Sardi ad un reale miglioramento delle condizioni socioeconomiche?

Sul mio operato devono giudicare i sardi, non io. Credo comunque di aver dimostrato che è possibile nutrire e coltivare grandi ideali e non per questo essere incapaci di governare e risolvere grandi problemi. Noi contrastiamo lo schema o pragmatici o utopisti. Ho lavorato per mostrare che si possono avere grandi visioni e contemporaneamente essere degli ottimi problem solvers. Ho dimostrato che si può concepire lo Stato italiano come un avversario e al tempo stesso essere capaci di non far mancare il proprio apporto per risolvere problemi di Stato. Volevo dimostrare che gli indipendentisti sanno governare i processi attuali, sanno condurre la transizione, sono affidabili, prudenti e determinati. Solo Dio sa il futuro di questa Giunta e di questo Consiglio. Io so solo che la Sardegna ha bisogno di una svolta così profonda che gli schemi del tripartitismo italiano non sono adeguati.

Di cosa ha realmente bisogno oggi la Sardegna? Turismo, infrastrutture, digitale? O cos’altro? Come l’indipendenza potrebbe favorire la rinascita culturale ed economica dell’isola?

Ha bisogno di libertà. Ha bisogno di aumentare la ricchezza prodotta. Ha bisogno di un fisco radicalmente diverso. Ha bisogno di un diverso sistema di istruzione e di formazione. Ha bisogno di poter regolare autonomamente i suoi trasporti. Ha bisogno di fiducia, di speranza e poi di istruzione, cultura, poteri e determinazione. L’indipendenza è responsabilità del proprio futuro. L’autonomia ha educato la Sardegna alla rivendicazione e alla dipendenza: compriamo tutto, anche quello che prima producevamo: carne, grano, fave, latte, pane, manufatti. Dobbiamo ritrovare il gusto di produrre e esportare, conoscere, adattare e restituire al mondo.

4 comments for “L’indipendenza è responsabilità del proprio futuro

  1. Franco
    23 agosto 2017 at 7:48

    Credere nelle nostre peculiarità è una priorità.
    Buonissima giornata amici”
    A Innantis

  2. Gian Paolo Casula
    23 agosto 2017 at 11:34

    Bravo Maninchedda! Hai spiegato ad un ‘italiano’ di cosa ha bisogno la Sardegna e di come si senta un sardo oggi. Sono idee e progetti che
    potrebbero risultare utopici o irrealizzabili . Ma altre isole come Malta,appunto, è l’Islanda, che non viene citata spesso, con appena 750.000 abitanti, li hanno realizzati da molto tempo.
    A innantis!

    • Gian Paolo Casula
      23 agosto 2017 at 20:40

      e l’Islanda

  3. Gian Paolo Casula
    23 agosto 2017 at 20:50

    e l’Islanda

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