L’indipendentismo che ha vinto in Catalogna

logo-smalldi Paolo Maninchedda
Leggere i giornali italiani sulle elezioni catalane è come fare un viaggio nelle paure infantili della perdita dei genitori. Il tono, al di là dei contenuti, è quello di chi si trova di fronte a una situazione inedita, considerata impossibile, eppure evidentemente reale, che viene esorcizzata con i ‘se’ e i ‘ma’. In poche parole, giacché la realtà è indipendentista, i giornali dicono che la realtà sbaglia e che verrà corretta. Niente di più settario e ideologico. L’atteggiamento è quello di chi chiudendo gli occhi ritiene che sia notte, quand’anche il sole brilli a picco a mezzogiorno. I contenuti, invece, dominanti, sono di paura: il modello dello stato unitario di romantica ed hegeliana memoria mostra una grande crepa e chiede all’Europa di rivedere i fattori istituzionali usciti dal secondo conflitto mondiale. L’egemonia culturale anglosassone, con l’ossessione prepotente di pretendere che tutti si iscrivano alle grandi unità di misura della globalizzazione, per cui il troppo piccolo è sempre sbagliato e il troppo grande non è mai abbastanza grande, prende oggi in Catalogna uno schiaffo sonoro. Ho sempre detto che il problema politico dello stare in questo mondo è come ci stanno i piccoli, non come ci stanno i grandi. Cosa fanno i grandi lo sappiamo bene: sentono la pulsione irrefrenabile di diventare ancora più grandi, sempre più grandi, verso il governo universale della Spectre: un solo Dio, un solo Stato sulla Terra, una sola lingua, regole uguali a tutte le latitudini e una grande controllo della libertà dei singoli in modo che non ci sia disordine. Che cosa invece vogliono fare i piccoli è il futuro.
Il secondo schiaffo ai costumi mentali del Commonwealth è che non siamo tutti uguali, non dobbiamo per forza parlare tutti la stessa lingua, non abbiamo l’obbligo di mangiare tutti le stesse cose, non dobbiamo avere tutti lo stesso assetto istituzionale. Il mondo giusto è un mondo di diversità tolleranti, non una monotona ripetizione del modello egemone.
È molto interessante provare a fare una traduzione dello schieramento vincente nelle sigle attuali dell’assetto politico sardo.
Junts pel sì, la coalizione indipendentista che ha preso il 39,64% dei voti è formata da Esquerra republicana e da Convergencia democràtica de Catalunya. L’omologo sardo di Esquerra è in parte il PD e in parte noi del Partito dei Sardi, mentre l’omologo di Convergencia, che è il partito erede dell’esperienza politica di Pujol, dovrebbe essere il centrismo cattolico democratico italiano, in sostanza una galassia che in Sardegna sta in parte dentro il PD in parte nei piccoli partiti di centro, tra cui il Centro Democratico. Cup, il terzo partito indipendentista che ha partecipato alle elezioni, invece è qualcosa di simile a Sel in Italia e a alcuni partiti indipendentisti di sostanziale impostazione post-marxista.
In Catalogna questi mondi hanno dialogato senza scandalo e hanno vinto le elezioni. E qui? Che dire oggi della nostra continua proposta di far nascere un grande partito della nazione sarda?