Le potenzialità del cicloturismo e le critiche dei “benaltristi”

di Giampaolo Cassitta
La Nuova Sardegna 8 luglio 2015
Il mio primo amore fu una bicicletta arancione con le marce e la ruota da “cross”. Erano i primi anni settanta e la bicicletta rappresentava il passaggio dall’infanzia ad un’adolescenza pasticciata e assolata tra la polvere delle strade non tutte asfaltate della periferia algherese e il mare. Poi, quando nel 1972 mi recai in Olanda, a trovare i miei zii migranti capii che la bicicletta era non tanto un mezzo di locomozione ma, semplicemente “il mezzo” con cui tutti si spostavano nelle piste ciclabili presenti ovunque. Noi, invece, abbiamo scommesso tutto sull’auto come unico mezzo di trasporto, abbiamo riempito le strade di ferro con quattro ruote e la visione di “autista” si è imposta su tutto il resto. Il problema dei trasporti, in Sardegna, è il tema principale su cui tutti i governi regionali si devono, da sempre, misurare. Abbiamo macinato chilometri di acqua tra Olbia e Civitavecchia, consumato punti millemiglia per giungere in continente, attendiamo ancora una “superstrada” perlomeno decente e, infine, restiamo scettici sul treno superveloce che da Cagliari a Sassari dovrebbe impiegare solo due ore. Se non si risolve il problema dei trasporti non può decollare il turismo, l’indotto si ferma, i luoghi non si conoscono e le vacanze si fermano davanti al mare. Vecchio ed atavico discorso. Poi, qualcuno prova ad andare oltre. Prendete per esempio l’idea progettuale della giunta presieduta da Pigliaru che, con l’assessore Maninchedda lanciano un progetto sicuramente ambizioso, ma nello stesso tempo visionario: (in senso positivo, si intende) una rete ciclabile per l’intera isola, una rete in grado di utilizzare tracciati esistenti, valorizzando le aree rurali, i percorsi delle ferrovie dismesse, solo per citare solo alcune delle possibilità di una rete che misura 2.708 Km. Ed ecco, che da subito, scattano gli attacchi di chi, chiaramente non è d’accordo. Il partito dei “benaltristi”: non sono queste le priorità, è così che si spendono i soldi pubblici, pensassero alla 131, alla ferrovia, alla continuità territoriale, alle autostrade del mare, al lavoro. Già, ci vuole sempre ben altro in questo paese e le idee, anche quelle buone, non possono mai essere condivise se nascono dalla controparte. Si rimane sempre perplessi quando i “benaltristi” però sono proprio quei signori che hanno avuto le redini dell’isola e liquidano così una proposta che, invece, andrebbe analizzata con rigore e serietà. Chi ha governato, chi conosce come funziona un bilancio regionale sa benissimo che esistono capitoli dedicati e che i soldi non possono essere distolti da un capitolo per farli transitare in un altro. Quindi è sicuramente vero che esistono problemi di viabilità interna legata al rifacimento di una statale come la 131 oggi in pessime condizioni (di competenza Anas) è vero che aspettiamo il treno veloce, ma è anche vero che qualcuno lo ha fatto marcire per cinque anni perché ci voleva “ben altro” di un treno veloce. Invece, a pensarci bene, a ragionarci un attimo, a stare ad ascoltare chi conosce bene il problema questa proposta è legata al futuro di un’isola che vive da troppo tempo sulla quotidianità. Stiamo parlando di utilizzare un territorio praticamente inesplorato, stiamo parlando di regalare ai cicloturisti (e sono milioni in Europa) un clima bello per molti mesi, stiamo parlando di una visione completamente diversa di porre le questioni: stiamo parlando soprattutto di business. Andare per “stazzi”, per piccoli paesi, significa fermarsi in quei luoghi, mangiare e dormire da quelle parti, significa allungare la stagione turistica sino a quasi novembre. Significa, in poche parole l’evoluzione naturalistica del mercato turistico, quella eco-sostenibile di cui tutti si riempiono la bocca e poi quando c’è un progetto innovativo subito urlano: «Ma e la 131»?

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