La sinistra e la Sardegna

di Franciscu Sedda

La giornata di ieri ha dimostrato tutti i limiti della sinistra italiana in materia di Sardegna. Da un lato Pippo Civati, appena paracadutato sull’isola e pronto a riprendere la via del mare, pretende di dettare “urbi et orbi” la linea alla sinistra sarda in materia di strategie ed alleanze elettorali. In contemporanea Nichi Vendola, commemorando sul “Manifesto” Luigi Cogodi, si lascia andare ad una filippica contro “la strada sempre così battuta dell’isolazionismo, del separatismo, dell’indipendenza statuale” della Sardegna.

La sinistra italica, dopo aver celebrato la dignità e la sovranità nazionale del popolo greco e di chissà quale altro indifeso popolo della Polinesia centro-sud-occidentale, bellamente si smentisce sul diritto a decidere del popolo sardo.

La cosa non stupisce ma colpisce.

Non stupisce perché se c’è una legge storica valida – oltre quella marxiana che vuole che ciò che si presenta la prima volta come tragedia la seconda si presenta come farsa (e dalla terza volta fino a Civati come inutile farsa paternalista) – questa è la legge per cui la sinistra riconoscerà tutte le lotte di autodeterminazione nazionale del mondo tranne quelle di casa propria. (Vedi le deliranti affermazioni fatte ieri da Zapatero contro il diritto a decidere dei catalani: poi ci si domanda perché in Spagna la sinistra se l’è mangiata Podemos, che in Catalogna si è prontamente catalanizzata ed è per la libertà di scelta della nazione catalana).

Colpisce invece che nella patologica legge storica – e nel trito cliché dell’autodeterminazione come isolazionismo – ricada chi come Nichi Vendola ha sensibilità e strumenti per tirarsene fuori. E ancor di più di diritto all’autodeterminazione di persone e collettivi ne sa qualcosa. A meno che Vendola, smentendo sue meritorie battaglie, non voglia oggi surrettiziamente avallare l’idea che tutte le autodeterminazioni sono isolazioniste. Oppure, ancor più assurdamente, che isolazionista lo è solo quella dei sardi!

Ora, poco male per Vendola, Civati e per la sinistra italiana.

Il punto è che la sinistra sarda non è sulla stessa linea. Lo dimostra l’imbarazzo neanche tanto celato davanti ai suddetti atteggiamenti colonial-paternalisti. Lo testimonia il lavoro comune che tante sue parti e tanti suoi rappresentanti ufficiali stanno facendo con il Partito dei Sardi dentro e fuori il parlamento sardo. Lo provano i momenti di condivisione sul diritto a decidere dei popoli, come la lettera condivisa firmata in occasione del referendum scozzese tanto da noi indipendentisti quanto da gran parte della sinistra sarda. Lo ricorda – a futura memoria – il dialogo pubblico in merito alla nascita di un grande “partito della nazione sarda” capace di essere contemporaneamente veicolo in Sardegna di una visione progressita, solidale, ambientalista, europeista, inclusiva, aperta, innovativa. Un partito che prende partito: dalla parte dei più deboli, dalla parte di chi non ha lavoro, dalla parte di chi lavora, dalla parte di chi vuole produrre prosperità e dignità; dalla parte dei buoni e degli onesti; dalla parte dei sardi, quelli di nascita e quelli d’adozione; dalla parte di una nazione antica e plurale come la nostra che vuole rialzare la testa e fare la sua parte nel tempo e nel mondo presente. Con buona pace degli amici italiani di sinistra. Ma anche per aiutarli. In primo luogo aiutarli a ricordarsi che il mondo e la sinistra non iniziano né finiscono in Italia.