La reggia e l’indipendenza

Oggi La Repubblica dedica un articolo all’indipendentismo sardo.
L’articolo inizia così: «Il sogno della Catalogna d’Italia abita qui, tra file di sughere e olivastri, le sorgenti della piana campidanese e la facciata color crema dalla reggia giudicale degli Arborea a Oristano: nel 1872 lo Stato italiano l’ha trasformata in un carcere. Gli indipendentisti vogliono riprendersela».
Il giornalista non dice chi gliel’ha detto. E come spesso è capitato alle mie idee e alle mie parole, diventano immediatamente di tutti.
«Ma secondo lei qual è il simbolo dell’indipendenza?», mi ha chiesto in una lunga intervista il giornalista Paolo Berizi. Prima ho detto la piana di Sanluri. Poi ho detto, no, meglio la reggia. E così ho raccontato di Mariano IV che si faceva chiamare “Re dei Sardi”, del Giudicato che nella lotta contro i catalano-aragonesi diventa la Nazione sarda, della vergogna della trasformazione in carcere e della battaglia che faremo per riprendercela. Ho detto che per tutto questo la reggia era un simbolo dei nostri travagli e delle nostre aspirazioni. Ma mentre per chi ha parlato dei nuraghi la voce, nell’articolo, è riportata in prima persona, la storia degli Arborea e della reggia è diventata un fatto “oggettivo”.
Potrei esserne contento e invece voglio rivendicarla: anche perché la maggior parte dell’indipendentismo non la pensa così, timoroso com’è delle conseguenze simboliche e politiche di quella storia, fatta d’indipendentismo reale e non utopico, fatta di un indipendentismo istituzionale e non protestatario. Fatta di un indipendentismo vincente.
Tutto qui. Per il resto poco male che tutti passino per fondatori di iRS tranne chi quel movimento l’ha ideato e fondato, gli ha dato una bandiera e ne ha scritto il manifesto (e buona parte del resto). Poco male. La storia già parla di per sé. Nel mentre preferisco avere un futuro da conquistare che un passato tramontato da rivendicare.
E poco male che a me e al Partito dei Sardi si conceda lo spazio di un’unica frase. È comprensibile: il punto di partenza dell’articolo era una riunione (di cui non ho notizia ma a cui di certo il Partito dei Sardi non è stato invitato) di alcune delle sigle extraparlamentari che popolano la galassia indipendentista.
A pensarci bene, dunque, il giornalista di Repubblica ci ha dato fin troppo spazio.
È evidente, anche nella copertura mediatica sarda, che non è ancora arrivato il tempo del nostro indipendentismo: un indipendentismo che lavora con altri sardi per praticare forme di unità; che per questo sceglie di governare anche in condizioni rischiose e non favorevoli; che spende tempo a ragionare di economia, sanità, infrastrutture, magistratura; che scrive e apre alla condivisione la Costituzione della futura Repubblica di Sardegna. Un indipendentismo che cresce. Tutto troppo distante dal cliché, tutto troppo difficile da riassumere. Tutto troppo catalano!
In tutto questo, lo devo ammettere a me stesso, ci sono io. Che non sono un guitto, né una star italiana; che non riesco a vincere il senso del pudore, che proprio non ce la faccio a banalizzare questioni complesse, che non voglio rinunciare alle sfumature del presente e alle verità della storia.
Forse non è un caso che in quattro anni di segreteria nessuno dei due giornali sardi mi abbia mai concesso l’onore di un’intervista a tutta pagina per fare il punto politico del Partito, dell’indipendentismo e della Sardegna, come è stato fatto per quasi chiunque in Sardegna.
Forse è meglio che me ne faccia una ragione, non faccia perdere tempo ai giornalisti con lunghe telefonate da cui poi devono tirar fuori una frase, e quando ho qualcosa da dire registri un video e lo metta su YouTube.
Potrei iniziare proprio raccontando la storia della reggia degli Arborea e degli “ultimi sardi indipendenti”, come li definì Sergio Atzeni, altro profeta poco o male compreso. Potrei raccontare di come la riconquisteremo. La reggia e l’indipendenza.

Franciscu Sedda
Segretario nazionale Partito dei Sardi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *