Is iskìdos contra a Iskìda

di Riccardo Mura

Eravamo tutti contenti, come Partito dei Sardi, di aver contribuito a sbloccare i finanziamenti per il cinema sardo, dopo cinque anni di “siccità”, e già ci tocca affrontare i malumori di chi ha visto escludere il proprio progetto. Sulla stampa e sul web monta la polemica sulla mancata ammissione di Iskìda della Terra di Nurak al finanziamento per lo sviluppo della sceneggiatura. Guardo le tabelle e scopro che la commissione ha assegnato al progetto un punteggio molto basso, in particolare nelle quote che riguardano il valore artistico e la “valorizzazione dell’identità regionale”. ll malumore mi contagia.

Non è questa la sede adatta per fare critica cinematografica o letteraria (vi posso giusto dire che ho letto Iskìda e mi è piaciuto molto). Vorrei soltanto rilevare che la trilogia di Andrea Atzori affascina i lettori. Faccio il bibliotecario. Da quando i tre libri sono disponibili al prestito, non li ho mai visti tutti assieme. A volte non ne ho nemmeno uno. Sono sempre in prestito, da un utente all’altro. Ho persino dovuto fare una lista di prenotazione. Qualche lettore si mostra entusiasta fin dall’inizio: “Finalmente un fantasy sardo!”.

Molti ischidos (istruiti, cervelloni, saccenti, saputelli, salapuzi, baccalari, pesamondi, cacasenno) hanno un pregiudizio negativo sulla narrativa “di genere”, e in particolare su questo genere. Ma resta il fatto che il fantasy –nella narrativa come nel cinema– da anni non conosce crisi. Piace a tutti, dai bambini agli anziani, anche se gli editori di solito puntano al target dei cosiddetti “giovani adulti”. La trilogia di Atzori, però, ha un linguaggio ricco e una trama complessa, capace di convincere anche i “vecchi adulti”.

Sicuramente ha convinto il regista Anthony LaMolinara (premio Oscar per l’animazione di Spider-Man 2), che a quanto pare è seriamente interessato a trarne un film. Il teaser (una sorta di breve filmato di pre-produzione) sarà girato questa primavera tra Bosa e Iscanu, e vede la partecipazione delle attrici Caterina Murino e Veronica Obinu (nella foto). È un progetto ambizioso, che fa emozionare. Penso a quanto sarebbe bello e culturalmente importante avere un film su una Sardegna antica e fantastica come quella trasfigurata nella Terra di Nurak, un film con una grossa produzione sardo-cinese-americana che potrebbe raggiungere un vasto pubblico internazionale e offrire un’immagine suggestiva e accattivante dei nostri paesaggi e monumenti…

Un progetto così merita il nostro sostegno. Ma io non ho fatto parte della commissione del concorso, e non posso certo affermare che i membri avessero un pregiudizio verso il fantasy, così come non posso dire che i progetti vincitori abbiano un valore artistico inferiore a quello di Iskìda. Spero proprio di no. Quello che posso dire è che quei pochissimi punti attribuiti alla “valorizzazione dell’identità regionale” fanno rabbia, perché sono la prova del fatto che qualcuno, in quella commissione, vorrebbe che la Sardegna continui a essere rappresentata nei soliti modi: pastori vendicativi, banditi efferati, analfabeti testardi, terribili acabadoras… e poi verismo, neorealismo, folklorismo…

Se parlassimo di “identità nazionale” il discorso non cambierebbe granché. Il problema non è l’aggettivo, ma il nome. Il problema è il concetto muffoso di “identità”, retaggio di certa etnografia di fine Ottocento. L’identità è la rappresentazione di un soggetto/oggetto, in questo caso il popolo sardo e la sua cultura, basata sulla fissazione di alcuni caratteri più o meno diffusi ed evidenti (leggi “pittoreschi”). Come tutte le narrazioni ingenue, la narrazione identitaria funziona grazie alla ripetizione. Esempio: qualcuno dice che i sardi sono “pocos, locos y malunidos”, qualcun altro lo ripete, e in poco tempo diventa tutto un coro di sedicenti saggi che ripete la frase magica all’unisono (e così la contraddicono, perché a quel punto sono “muchos, sabios y ben unidos”). Io, ogni volta che sento questa massima, ingoio una scatola di antistaminici.

L’identità è allergenica, soffocante, perché, oltre che alla banalità e alla stupidità, è legata al conformismo: “essere consapevoli della propria identità”, “non perdere la propria identità”… Che ansia! È peggio della verginità!

L’identità è il carattere di ciò che è sempre uguale a se stesso. Ma si dà il caso che gli esseri umani si incrociano, i popoli si meticciano, le culture si ibridano, le narrazioni si traducono. Tutto è in movimento. Anche questa Sardegna e questa “sardità” tanto cara a quelli che si sentono se stessi solo quando indossano una maschera.

Forse non è il caso di scagliarsi contro la commissione. Forse è la legge che li ha portati a giudicare male. E allora, per favore, facciamo sparire il termine “identità” dalle nostre leggi. Possibilmente anche dal nostro vocabolario politico. Promuoviamo gli artisti e le opere che valorizzano semplicemente la Sardegna, e che lo fanno attraverso l’incontro, il confronto, il meticciamento, la traduzione della tradizione, l’apertura al mondo.

Ne abbiamo bisogno. D’altronde, di giorno lavoriamo per la Repùblica de Sardigna, di notte la sogniamo. Nel frattempo, almeno per una sera, lasciateci vedere su uno schermo la Terra di Nurak.