Il tempo in cui si può scegliere

di Franciscu Sedda (La Nuova Sardegna)

La storia è in cammino. In Scozia come altrove. Con buona pace dei conservatori di ogni parte e colore. Di coloro che vorrebbero ibernare il mondo fingendo di non sapere che “oggi” è solo un momento contingente in una storia che continuamente si riapre. Una storia in cui parole come emancipazione, partecipazione, responsabilità, autodeterminazione (ma anche fratellanza, Europa, umanità) non smetteranno di muovere gli individui dei popoli e delle nazioni senza Stato a cercare quel cambiamento che garantisca alle proprie terre sovranità e indipendenza e alla propria gente prosperità e giustizia.

Certo, qualche indipendentista sardo acerbo, ancora convinto che l’indipendenza sia una passeggiata, oggi sarà forse deluso. Ci pensi. Fra le cose umane niente di alto e giusto accade facilmente: figuriamoci poter partecipare veramente, da liberi ed eguali, a questo nostro mondo grande, terribile e interdipendente assumendo in esso, finalmente, tutti i diritti e i doveri che ci spettano.

Come ha detto Alex Salmond poco dopo l’esito del voto: “Non concentriamoci sulla breve distanza che ci è mancata ma sulla lunga distanza che abbiamo percorso”.

Di questo si tratta. Vent’anni fa, quando di anni ne avevo diciotto, parlare di indipendenza della Sardegna era tabù. Come un fiore costretto a crescere in mezzo ai rovi la mia visione indipendentista si doveva confrontare con “verità” avvilenti: “L’indipendenza si può fare solo con la violenza”, “In Europa non sarà mai possibile celebrare un referendum per creare un nuovo Stato”. Un diciottenne sardo di oggi troverebbe insensate queste affermazioni. Semplicemente sono state spazzate via. Da un nuovo e diverso indipendentismo sardo. Da quanto di meraviglioso è accaduto ieri in Scozia dove un intero popolo è andato a votare serenamente per decidere cosa voleva essere. Non si cada dunque nell’errore di guardare il dito – la vittoria del No – invece che la luna – l’aver conquistato la possibilità di giocare per vincere, sapendo che l’altra parte del proprio popolo avrebbe acettato il verdetto proprio come hanno fatto gli indipendentisti.

Come si è arrivati a tanto? Con decenni di lavoro su se stessi. Rafforzando la coscienza storica nazionale, investendo in istruzione, coinvolgendo tutti in un patriottismo scozzese, civico e multietnico. Rendendo il tutto credibile governando bene – da indipendentisti – il proprio Paese, ridandogli fiducia nelle sue potenzialità. Tuttavia a una parte di scozzesi questo non è bastato. La forza del legame con il Regno Unito dentro cui tutti sono giocoforza cresciuti, l’incertezza (ben instillata) su delicati aspetti economici, una congiuntura geopolitica che ha portato alcuni grandi poteri a schierarsi contro. Non ultimo – triste dirlo – un’Europa che invece di cogliere l’occasione per rilanciare il grande tema degli Stati Uniti d’Europa si è mossa secondo la più banale realpolitik tifando per l’anti-europeo establishment di Westminster piuttosto che per una Scozia non solo europeista ma che ha fatto della difesa del welfare state – simbolo di europeità – il suo cavallo di battaglia.

Ma tant’è. Un diciottenne scozzese ha detto, “Nonostante oggi, ora so che nella mia vita vedrò l’indipendenza”. Ha ragione. Tanto più che le analisi del voto dicono che i vecchi hanno generalmente votato No mentre i giovani in prevalenza Sì.

A noi sardi, a chi non pensa che la nostra storia di libertà sia finita o si sia compiuta con l’autonomia regionale, non resta che prendere esempio. E tradurre il buono della vicenda scozzese per costruire con coraggio, umiltà e spirito inclusivo la nostra via verso una Repubblica di Sardegna libera, prospera, giusta, degna. Chissà che la storia, come altre volte è successo, non premi chi è partito in ritardo e ha potuto farsi forte delle esperienze altrui. Non sarebbe male se stavolta al traguardo Achille e la tartaruga arrivassero insieme.

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