Il pericolo del fare politica

snoopydi Paolo Maninchedda
Diceva Gramsci:
«Ci può e ci deve essere una “egemonia politica” anche prima dell’andata al governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica».
A me la parola ‘egemonia’ non piace. La parola ‘direzione’ sì.
L’indipendenza della Sardegna non è la risposta a tutti i problemi, ma è un direzione, per me l’unica direzione chiara che oggi sia riconoscibile.
Franciscu Sedda mi diceva pochi giorni fa che risulterebbe da nuove indagini demoscopiche che la parola ‘indipendenza’ spaventerebbe, mentre il sintagma ‘più poteri ai sardi’ godrebbe di maggiore consenso. Bene, non sottilizziamo, l’importante è la direzione.
Oggi più che mai abbiamo bisogno più di poteri e di libertà che di denaro (viviamo delle nostre tasse).
Lo Stato italiano sta consumando le classi dirigenti della Sardegna, applicando il vecchio teorema di Bossi (hai i diritti che ti puoi pagare) aggravato della pesantezza di una giungla di leggi civili e amministrative contraddittorie, iperburocratizzanti, pericolose.
Oggi fare il sindaco, il consigliere e l’assessore regionale è pericolosissimo. Si hanno enormi responsabilità avendo le mani legatissime sul versante delle procedure e delle ristrettezze finanziarie. Le servitù militari sono il simbolo di questa situazione: lo Stato sta fermo, non fa e non fa fare, gode di un’immunità ambientale incredibile, non fa bonifiche e non le fa fare, non usa il territorio che occupa, ma non ne cede manco un ettaro. Così anche sul versante del rischio idrogeologico: lo Stato non dà risorse ma obbliga alla messa in sicurezza di un territorio trascurato da secoli. Lui scappa, ma cerca colpevoli. Chi non provvede, perché non ha i soldi per farlo, paga di persona le colpe della storia. Quasi tutti i borghi marini della Sardegna non hanno rete fognaria; farla costerebbe un patrimonio, lo Stato non costruisce norme che aiutino un programma di infrastrutturazione ma i suoi corpi di sicurezza denunciano per gli sversamenti una marea di amministratori locali, nonché Abbanoa. Un lotto del rio San Girolamo è in stand by per un contenzioso sugli espropri, materia ipertutelata dalle leggi barocche dello Stato italiano, e la Regione non può procedere con i lavori. Le piogge ritorneranno e lo Stato cercherà nuovi colpevoli.
La Regione non può assumere personale per il blocco imposto dallo Stato. Molti fiumi della Sardegna non sono presidiati per mancanza di personale; se accade una disgrazia, lo Stato si assolve e cerca colpevoli, con la tendenza a prendere sempre gli ultimi che trova (ancora non ho visto un solo proprietario delle lottizzazioni costruite in alveo finire dinanzi a un giudice). In Sardegna si sono date autorizzazioni dappertutto: su fiumi, su canali, su lagune, su zone umide protette, su alvei interi, su fogne, su acquedotti. Chi ha pagato quando sono successe le disgrazie? Il sindaco pro-tempore e i dirigenti comunali e regionali: sempre gli ultimi arrivati.
Questo è lo Stato italiano.
Noi abbiamo la direzione di farne un altro, più moderno, agile, esigente con se stesso, colto, efficiente, europeo.