I sardi e le elezioni in Catalogna

folladi Franciscu Sedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi

Il 27 di settembre si vota in Catalogna. Si tratta di elezioni particolari che seguono al tentativo di celebrare un referendum convocato il 9 novembre del 2014 dalla Generalitat, il governo autonomo catalano. Il Partito dei Sardi, con il sottoscritto e altri dirigenti, parteciparono come osservatori internazionali a quell’evento delegittimato dallo Stato spagnolo e trasformato dai catalani in un grande momento di mobilitazione popolare. Dopo quell’ennesimo stallo nei rapporti fra Catalogna e Spagna sull’esercizio del principio democratico le maggiori forze indipendentiste, ideologicamente molto diverse e spesso su fronti opposti, hanno deciso di presentarsi unite e provare a trasformare le nuove elezioni in un plebiscito pro o contro l’indipendenza. In realtà, come vedremo, non tutti si sono uniti ma questo non impedisce che due delle liste principali – che concorrono in un sistema elettorale proporzionale – vengano identificate come un “blocco sovranista”.

A pochi giorni dal voto i sondaggi indicano dunque che il così detto “Bloc sobiranista” dovrebbe superare la fatidica soglia dei 68 seggi (si stima che potrebbero arrivare a 73) che consente di avere la maggioranza in parlamento. Il blocco si attesterebbe sul 47% dei voti dei voti totali.

Che succederà dunque? L’indipendentismo catalano ci ha abituato ad avanzamenti anche davanti a sconfitte o vittorie parziali. Non è improbabile dunque che anche nello scenario meno favorevole questa consultazione segnerà un ulteriore passo avanti nella definizione e concretizzazione dello Stato catalano.

Ciò che ancora una volta colpisce, e non può lasciarci indifferenti, è il misto di pragmatismo e idealismo che muove la politica catalana, capace ogni volta di trovare sintesi imperfette ma (finora) vincenti nel percorso di autodeterminazione.

Si prendano le due liste identificate come “Bloc sobiranista”: Junts pel Sì e CUP.

La prima, accreditata di 64 seggi, mette insieme le maggiori associazioni della società civile catalana supportate dai due maggiori partiti catalani, Convergencia Democratica ed Esquerra Republicana de Catalunya. Come ha scritto ieri il capolista Raul Romeva – che tuttavia non è il candidato presidente in pectore! – Junts pel Sì nasce dallo volontà di mettere insieme la pluralità ideologica che attraversa e costituisce la nazione catalana: “liberali, conservatori, socialisti, ecosocialisti”. Così si è espresso su twitter l’ex europarlamentare europeo del gruppo verde-comunista. Come si può immaginare un’aggregazione di questo tipo, nata dopo decenni di lotta su fronti opposti, non è stata facile. Convergencia che ha governato per decenni la Catalogna e fino a 3 anni fa non si era mai apertamente definita indipendentista ha visto rompersi la sua alleanza trentennale con Uniò – la parte più conservatrice e moderata. Esquerra, la sinistra catalana, che era lanciata verso il sorpasso ha dovuto accettare una lista unitaria che di fatto indica nuovamente come presidente il governatore uscente, il centrista Artur Mas, posto tuttavia in lista come numero 4, dopo tre candidati di sinistra -Romeva e le due presidentesse delle maggiori associazioni civili catalane – e prima di Oriol Junqueras, il leader di ERC: un vero e proprio capolavoro di equilibrismo politico-simbolico.

Bene, nonostante il tentativo del “tutti per uno, uno per tutti” di Junts per Sì la CUP, la candidatura di unità popolare che rappresenta la sinistra anticapitalista, ha preferito andare per conto suo e oggi si attesta sugli 8 seggi.

Questo marca delle differenze importanti – la CUP ad esempio non nasconde la sua diffidenza verso Mas, identificato con la borghesia catalana che ha gestito per anni il potere – ma le due forze hanno evitato di attaccarsi reciprocamente. E hanno concentrato il dibattitto nei confronti delle forze che sostengono il No all’indipendenza (come Ciutadans, il Partito Popolare, il Partito Socialista Catalano) o che si trovano nel guado, come ad esempio la lista Catalunya sì que es pot in cui è presente anche la costola catalana di Podemos, che dice di essere per il “diritto a decidere” dei catalani ma dentro un percorso concordato con la Spagna.

Che succederà dunque. Succederà dunque? Per Junts pel Sì basta la maggioranza dei seggi per avviare un processo che in 18 mesi porterà all’indipendenza statuale. Per la CUP bisognerebbe avere la maggioranza dei voti per poter arrivare a una dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Conoscendo i catalani non è improbabile che le due forze dopo aver rimarcato ben bene le differenze troveranno un qualche punto d’equilibrio che forse non sarà definitiva ma farà fare un ulteriore passo in avanti al processo di autodeterminazione.

Perché questo può accadere? Perché quasi tutti – vale a dire anche buona parte di coloro che sono per il no all’indipendenza! – riconoscono l’esistenza storica della nazione catalana, non come dato etnico ma come fatto civile, come base per delle istituzioni proprie e sovrane. E perché tutta una serie di valori che altrove apparirebbero di sinistra, a partire dai diritti civili, in Catalogna sono patrimonio comune. Su questa base di maggioritario patriottismo civile, costantemente rinforzata nell’azione popolare e di governo, il nazionalismo centrista e l’indipendentismo di sinistra sono approdati all’idea di un “nou Pais”, un nuovo Stato catalano, in cui chi lo vorrà potrà persino mantenere la nazionalità spagnola e dove il plurilinguismo non è messo in discussione.

Idealismo e pragmatismo. Pragmatismo e idealismo. Così è avanzato e avanza l’indipendentismo catalano. Chi oggi sta a questionare sul fatto che ERC ha governato per 8 anni con il federalista (o se preferite, unionista) Partito Socialista Catalano? Nessuno. Perché quell’esperienza apparentemente contraddittoria ha fatto crescere l’indipendentismo. Di fatto ERC da piccola forza qual era si è mangiato il PSC conquistando all’indipendenza buona parte della classe dirigente del socialismo democratico un tempo filo-spagnolo. Davanti a questo spostamento di orizzonte Convergencia ha fatto i conti con il suo federalismo e alla fine ha fatto il salto. Quella che qui definiremo sinistra antagonista ha dovuto finalmente trovare la sua sintesi e dopo vari esperimenti le disperse forze “extraparlamentari” hanno formato la CUP trasformandosi in una forza istituzionale capace di negoziare per il bene della nazione catalana.

Insomma, a ognuno la sua croce, a tutti una parte del merito nella futura indipendenza.

Meditate gente, meditate. È la capacità di creare indipendenza e indipendentisti che conta. Anche se questo significa smettere di guardarsi allo specchio. O scoprire che il proprio volto costantemente cambia.

A innantis!

Franciscu Sedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi