Gli Stati Uniti e l’autodeterminazione nazionale in Europa: i nuovi scenari e il tempo giusto della storia

Foreigndi Franciscu Sedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi

– In Europa stiamo entrando in una fase di rafforzato attivismo pro-autodeterminazione nazionale che coinvolge collettività che oggi sono parte di Stati importanti come la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna, l’Italia.

– Rispondere a questo attivismo pro-autodeterminazione riaffermando lo status quo e l’intangibilità degli Stati esistenti genera un’atmosfera di ansia, instabilità, incertezza.

– Un approccio pro-attivo che riconosca l’emergenza delle domande di autodeterminazione e crei percorsi di costruzione di nuove istituzioni democratiche che potrebbero sfociare in nuovi Stati è più funzionale a garantire la pace e la stabilità internazionale.

– L’assenza di un approccio aperto alla realizzazione negoziale dell’autodeterminazione nazionale può portare a situazioni ancor più ingestibili. Basti pensare al paradosso che se la Catalogna dichiara unilateralmente l’indipendenza e l’UE la riconosce scatteranno spinte indipendentiste in molti altri luoghi, compresa probabilmente l’Italia, se invece la UE non la riconosce si porrà in una situazione anti-democratica che ne minerebbe lo stesso progetto.

A rimarcare questi e altri punti non è il Partito dei Sardi o una qualche “internazionale indipendentista” ma un’informativa del Comitato per gli affari Internazionali della Camera dei Deputati USA datata 15 marzo (vedi allegato).

Nella sessione intitolata “U.S. Policy Toward National Self-Determination Movements” (La politica degli Stati Uniti rispetto ai movimenti di autodeterminazione nazionale) convocata dal comitato del Congresso USA per gli Affari Europei, presieduto dal repubblicano Dana Rohrabacher, si dice una cosa semplice: nel conflitto fra sovranità e autodeterminazione, vale a dire fra Stati esistenti e Stati in via di costituzione, gli Stati Uniti non possono e non devono più continuare a prendere a priori le parti dell’esistente, dello status quo.

La politica condotta fino ad ora, basata sull’assunto che per avere stabilità e pace bisogna bloccare qualunque cambiamento di assetto e confini statali, è stata fallimentare. Ha inasprito il conflitto fra le parti, ha portato a violazioni dei diritti umani, ha reso le cause di autodeterminazione (o alcuni gruppi che ne erano parte attiva) strumentalizzabili da chi vuole minare gli assetti democratici. Tanto che l’informativa parte dall’esplicita domanda se la stabilità (europea e internazionale) e una pace duratura non sia meglio favorita dagli Stati Uniti supportando i processi di autodeterminazione piuttosto che contrastandoli.

La riposte proposte nell’informativa sono sostanzialmente favorevoli a un ripensamento della strategia degli USA che si riassume nella così detta “earned sovereignity”, proposta come via di mezzo fra l’adeguamento alla sovranità degli Stati esistenti o a una presa di posizione favorevole a priori per l’autodeterminazione nazionale dei popoli oggi senza Stato. Si tratta dunque per gli USA di farsi promotori, di volta in volta, di un percorso negoziale che consente alla collettività-nazione in cui emerge un forte movimento di autodeterminazione di costruire proprie istituzioni via via sempre più sovrane, capaci di rispondere agli standard democratici e alle incombenze di un’eventuale futura indipendenza statuale. Ovviamente il vantaggio per lo Stato costituito è che questo percorso possa portare la collettività in via di emancipazione ad un ripensamento circa l’opportunità dell’indipendenza o a soddisfare le esigenze di autogoverno senza la costruzione di uno Stato. Al contempo però questa dimensione pragmatica e pro-attiva del percorso di fatto tende a supportare la costruzione di istituzioni di qualità, istituzioni capaci di prendersi sempre più grandi responsabilità, sempre più consapevoli di rappresentare una nazione a tutto tondo, istituzioni che sono in nuce “statali” e che una volta messe in moto portano necessariamente la collettività che rappresentano all’esito di un pronunciamento – democratico, referendario – circa la volontà di farsi formalmente Stato.

Insomma, “fate lo Stato!” sembrano dire gli USA echeggiando il nostro motto “facciamo lo Stato!” e constatando – come ho fatto notare da anni e ribadito da ultimo nel mio Manuale d’indipendenza nazionale – che tanto la costruzione europea quanto i pronunciamenti della Corte internazionale dell’Aja favoriscono, implicitamente o esplicitamente, la costituzione di nuovi Stati europei.

È tempo che anche in Sardegna ci si renda conto di essere nel momento giusto della storia. Il momento in cui in forma pacifica e democratica possono nascere nuovi Stati d’Europa e con essi una nuova politica europea.

A innantis!

Franciscu Sedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi