Fibromialgia: fine della clandestinità

Ieri il Parlamento sardo ha approvato ‘spintaneamente’ (cioè grazie alla determinazione di Augusto Cherchi che è riuscito in un giorno a far votare la legge in commissione e farla approvare all’unanimità in Consiglio) la legge sulla fibromialgia, una patologia terribilmente invalidante che però per l’Italia non esiste. Colpisce almeno 3.000 sardi ed è caratterizzata da dolori intensi all’apparato scheletrico e muscolare. Questa patologia esiste per l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 1992, ma l’Italia non la riconosce tra le malattie croniche e invalidanti, con la conseguenza non banale che nessun malato di fibromialgia gode di esenzioni come invece accade a tutti gli altri malati cronici. La Sardegna fino a ieri partecipava all’indifferenza italiana: da ieri ha fatto una scelta diversa, ha scelto di combattere la malattia e di garantire l’assistenza sanitaria ai malati.
La legge prevede tante cose (un tavolo regionale tecnico-scientifico che elabori le linee guida; il Registro regionale della fibromialgia per la raccolta dei dati; l’individuazione nel territorio sardo di due centri di riferimento specializzati; la presentazione di un disegno di legge che individui i farmaci a esenzione parziale o totale).
In un mondo che pensa solo al successo e al potere e fa finta di non vedere la tragicità del dolore e della morte, il Partito dei Sardi ha vinto una battaglia di civiltà guardando in faccia la debolezza umana, organizzando i poteri e i servizi per combatterla, ricostruendo trame efficienti di solidarietà e di diritto.

Paolo Maninchedda

2 comments for “Fibromialgia: fine della clandestinità

  1. Giuseppina Foddis
    20 Gennaio 2019 at 12:11

    “Non da soli, ma da sardi” , mi piace sentire e vedere la serietà, la consapevolezza del nostro essere Sardi concretizzarsi, mi piace pensare che posso essere rappresentata con convinzione, competenza e onestà. Per questo dico si al Partito dei sardi che vuole far decidere i Sardi del loro futuro. Capire l’importanza di questo progetto significherebbe non delegare, ma riappropriarci della nostra vita, del nostro territorio, della nostra aria, dei nostri vuoti che non sono vuoti ma sono pieni di vita, di cultura, di fatica.

    • amministratore
      31 Gennaio 2019 at 16:45

      Grazie, Giuseppina

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