È tempo di riportare a casa i soldi della Saras versati fuori dall’isola

sarasdi Franciscu Sedda

Il Partito dei Sardi ritiene importanti, benché imprecise, le dichiarazioni fatte ieri dalla Saras.

In un comunicato diffuso ieri la Saras ha infatti ribadito la sua disponibilità a versare maggiori entrate alla Sardegna: “È evidente che una più favorevole attribuzione di risorse dallo Stato centrale alla Sardegna sarebbe auspicata da noi come da chiunque faccia parte del tessuto sociale e produttivo sardo”.

Ha tuttavia scaricato la responsabilità del mancato versamento di risorse relative alle accise, e all’IVA ad esse collegate, alle leggi dello Stato: “Quanto all’attuale dibattito sulle accise, la società non può fornire alcun contributo. Semplicemente perché, come qualsiasi altra impresa, si deve uniformare alla legislazione vigente”.

La verità è invece che lo spostamento di una parte dei depositi fiscali della Saras fuori dall’isola è una possibilità che lo Stato italiano ha concesso alla Saras, non un obbligo.

Le leggi italiane “consentono” infatti alle imprese che generano produzioni gravate da Accise di delocalizzare anche all’interno dello Stato italiano i propri prodotti in altri depositi fiscali in sospensione di assolvimento dell’imposta e della relativa IVA. Nel DL 30/08/1993 n. 331 si dice che è sufficiente che i depositi siano di proprietà dell’azienda produttrice dei prodotti o che ci sia un’ulteriore lavorazione per legittimare la delocalizzazione dei prodotti.

La Saras ha “giustamente” utilizzato questa opportunità che le consente alcuni vantaggi di tipo finanziario di non poco conto.

Tuttavia, ribadiamolo, la delocalizzazione non è un obbligo di legge – obbligo che sussiste solo per quella parte di produzione destinata ai mercati comunitari – ma soltanto una possibilità.

Per questo il Partito dei Sardi ritiene che ci siano tutte le condizioni per risolvere la questione una volta per tutte in forma negoziale, vale a dire attraverso un accordo che preveda la messa in commercio in Sardegna di tutta la produzione Saras destinata al consumo nel mercato italiano. La cosa, che è immediatamente fattibile dal punto di vista tecnico, ristabilirebbe finalmente i nostri diritti e ci consentirebbe di tornare in possesso di somme vitali per il rilancio della nostra economia, stimabili certamente in oltre un miliardo di euro all’anno.

Immaginiamo che se la Saras, come ha dichiarato, sente così forte la responsabilità sociale verso l’isola e il territorio non avrà difficoltà a rinunciare all’opportunità concessagli dallo Stato e a versare in Sardegna e non altrove le tasse che deve comunque corrispondere all’erario.

Franciscu Sedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi

2 comments for “È tempo di riportare a casa i soldi della Saras versati fuori dall’isola

  1. Sedda Rinaldo
    18 Gennaio 2015 at 18:36

    Sarebbe ora che la saras facesse qualcosa di buono dopo tutti i suoi ricavi portati via dalla Sardegna, anche se qualcuno mi potrebbe dire quanto lavoro a portato, anche tanto inquinamento industriale con delle malattie professionali non riconosciute più il prezzo dei combustibili più alti d’Italia quindi credo che sia lecito che quei soldi tornino sulla nostra terra (forza Parisi Sardigna) ciau Franciscu Sedda bonu traballu

  2. marco m. cocco
    23 Gennaio 2015 at 10:42

    Sarebbe il caso che l’AIA Sarlux non fosse in capo a Roma.

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