È che ci disegnano così!

di Sabrina Sabiu
Venerdì 8 maggio il Tg2 delle 20.30 dava la notizia dell’assassinio del giovane di Orune, con relativo servizio realizzato sul posto a commentare i fatti accaduti; fin qui tutto normale. Il servizio, ad un certo punto, cambia registro ed inizia un panegirico sulla cultura della vendetta barbaricina, tirando in ballo lo studioso Antonio Pigliaru e la civiltà di pietra, e scomodando tutto il bagaglio socio antropologico del Novecento e dell’ultimo Ottocento per trovare, nel codice d’onore della Barbagia, la giustificazione al delitto dell’offesa.

Non credevo alle mie orecchie e ancora non mi capacito che si dia della Sardegna un messaggio di questo tipo nel XXI secolo! I fatti di Orune, se fossero accaduti in una qualsiasi città della Penisola, sarebbero stati riferiti a normali vicende delinquenziali senza scomodare le discipline socio antropologiche del caso, e non vedo perché lo si debba fare riferendosi ad un paese della Sardegna.

Accade forse, perché quando lo straniero giunge nella nostra Isola rimane incantato dai suoi paesaggi, dalle belle spiagge, dal buon mangiare, ma poco si sofferma sulla sua vera anima: la sua cultura, la sua storia, a cui l’Italia deve tanto e soprattutto la sua gente. Gente che oggi, nel XXI secolo vive in comode case, usa internet, studia, fa ricerca che è eccellenza in Europa, riconosce le proprie peculiarità identitarie e ne fa valore aggiunto. Ma tutto questo che c’entra con il codice barbaricino di cinquant’anni fa?

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