Destinazione Indipendenza

Due anni di governo, due anni di lavoro per i sardi

Care attiviste e attivisti, care amiche e amici,
ecco l’intervento del Segretario Nazionale, Franciscu Sedda, che riprende ed estende la sua relazione all’Assemblea Nazionale al Nuraghe Losa.
Buona lettura.
A innantis!
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Era il 20 luglio del 2013 e al nuraghe Losa iniziava l’avventura del Partito dei Sardi. Meno di tre anni separano quella data dall’Assemblea Nazionale celebrata domenica nello stesso luogo, sotto la maestosa protezione del nuraghe Losa.

La stessa sala, ugualmente affollata. Ma con una sostanziale e decisiva differenza: il 20 luglio 2013 là dentro eravamo tanti, ma eravamo tutti; domenica invece là dentro c’era solo una rappresentanza di una moltitudine di persone al lavoro in tutta la Sardegna per la sua indipendenza.

In quel 20 luglio del 2013 il Partito dei Sardi era tutto lì, fra quelle quattro mura, fra quelle persone accomunate dall’esigenza di non costringere l’indipendentismo alla protesta o alla testimonianza, di dare all’indipen­dentismo la possibilità di avanzare dimostrando la sua capacità di “cambiare e governare il presente”, come recitava lo striscione che avevamo affisso alle nostre spalle, di fronte al pubblico.

Domenica invece chi era lì c’era per testimoniare di una crescita evidente, di un diffondersi di una visione indipendentista dentro spazi sociali impensati, fatti di volti nuovi – mai toccati prima dal desiderio di sovranità – o ritrovati – fatti di persone che da anni credono nell’indipendenza ma rischiavano di smettere di credere nell’indipendentismo. E invece ieri erano lì assieme, a dar corpo a un sentimento che aleggia per la Sardegna: “quelli del Partito dei Sardi avevano ragione”, “sono quelli che stanno facendo di più e meglio”, “sono quelli che hanno un progetto di governo”, “sono quelli che nonostante abbiano preso solo il 2,7% e abbiano solo 3 consiglieri regionali stanno mantenendo gli impegni sull’Agenzia Sarda delle Entrate, sul fare una politica da Stato come sta accadendo nei rapporti con la Corsica, sul gestire in modo nuovo i fondi europei, sul creare strumenti fiscali a misura della nostra terra”…“e quando non sono d’accordo, in modo leale e costruttivo, danno battaglia!”.

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Ecco, la gente ha scoperto – perché in Sardegna per molti c’è ancora bisogno di scoprire l’acqua calda – che essere indipendentisti non è una variabile legata al quanto si urla e al quanto si sta distanti da chi non è indipendentista. La gente sta scoprendo che essere indipendentisti significa avere una visione storica radicale, che ha alla base l’idea della Sardegna come nazione e del popolo sardo come portatore una sovranità originaria. La gente sta scoprendo che questa visione è tanto più seria e credibile quanto più la si sa investire e tradurre in un’azione di governo che riesce a trasformare la realtà nella direzione di una Sardegna più libera, prospera, giusta, degna. Una Sardegna che acquista forza, fiducia in sé, desiderio di andare ancora più avanti. Fino all’indipendenza. A innantis, fintzas a s’indipendentzia…appunto.

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Ecco perché il giornalista de La Nuova Sardegna, che c’era, ha parlato di una sala “affollatissima”. Non perché eravamo tanti, ma perché si sentiva che eravamo di più, molti di più di quanti erano fisicamente lì dentro.

E niente come 300 voci che cantano all’unisono No potho reposare può dare la chiara percezione di una forza inarrestabile.

Perché abbiamo cantato in 300 ma eravamo un solo corpo.
Perché abbiamo cantato in 300 ma abbiamo cantato per un’intera nazione.
Perché abbiamo cantato in 300 ma abbiamo cantato per un’unica terra.

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Ecco perché quella sala era affollatissima. Perché era piena di passione, d’idee, di progetti, d’impegni, di azioni. E di aspettative ancora più grandi.

Prima d’iniziare mi sono girato da un Paolo un po’ corrucciato e gli ho detto “Tutto bene?”.

Mi ha risposto guardando la sala: “Le aspettative sono sempre più alte…”.
Gli ho detto, dandogli una pacca sulla spalla: “Meglio così…”.
E lui: “Hai ragione…cantiamo ‘No potho reposare’”.

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In un periodo di discredito dei partiti e della politica vedere sale così piene, così sorridenti, così partecipi, fa tremare i polsi. Chi ha suscitato l’aspettativa, o semplicemente le ha dato modo di trovare la sua via, sente il peso della responsabilità. Chi invece guarda da esterno deve percepire una specie di piccolo miracolo. O forse uno strano brivido. Perché una sala così affollata fa scattare ragionamenti tanto semplici quanto potenti: “se la sala cresce è perché hanno preso un impegno e hanno dato prova di mantenerlo”, “se col 3% hanno fatto questo, cosa potrebbero fare con più forza?”, “i sardi stanno prendendo fiducia, stanno percependo che se danno più forza al Partito dei Sardi i suoi rappresentanti faranno cose ancora più grandi”. Insomma, un visitatore che sa da quale risultato partiamo se vede quella sala non può che percepire un senso di espansione, di crescita, di “affollamento”. Come quantificarlo? È forse un raddoppio? Un 6%? Un 7%? Di più?

Il ragionamento non va frainteso. Non è questione di numeri. È questione di democrazia. Perché quando vado ai vertici di coalizione non è la ragione dei nostri progetti che ci manca ma la forza di un consenso più grande. Perché quando mi prendo a testate con gli alleati (con alcuni in particolare), quando il confronto sulla visione sta per darmi ragione è il richiamo ai numeri che viene tirato fuori dagli altri. Per questo serve crescere: per vincere la battaglia democratica. Perché la battaglia sulle potenzialità, sul moto ideale ed espansivo…quella è praticamente vinta.

* * *

Mentre altri sono in crisi, in perenne litigio, o si trascinano malamente senza direzione, o scompaiono, o fuggono, o restano soli, o dipendono da leadership e messaggi che arrivano dall’Italia, noi coltiviamo con calma le nostre potenzialità.

“Chi va piano va sano e va lontano”, diceva nonna. E aveva ragione.

Il punto non è crescere tutto di colpo. Quello è il modo d’essere della demagogia.

La demagogia divampa veloce come un fuoco in mezzo alle sterpaglie ma altrettanto velocemente si spegne lasciando dietro di sé solo terra bruciata.

Noi invece preferiamo essere come una pioggerellina lieve. Che scende a dar sollievo e nutrimento alla terra. Che piano piano si fa fiume, che trova la sua strada. E dal Gennargentu scende placido e potente verso il mare di Sardegna.

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Bisogna crederci in quello che si fa. Altrimenti non si può pretendere che ci creda qualcun altro.

Un credo deliberato. Questo ci serve. Un credere esplicito e condiviso. Un credere affermato senza timore ma elaborato senza sosta.

Solo così si può mantenere saldo il proprio obbiettivo, senza perdere la spinta a crescere. Perché ogni crescita è trasformazione, è rischio. Ma il rischio va corso, perché senza la crescita non ci sarà mai l’indipendenza.

Per questo il Partito dei Sardi sceglie l’apertura, il futuro, la fiducia. Meglio tentare, a costo di qualche errore, che perdere senza aver mai giocato.

Del resto, chi siamo noi per impedire a una qualunque donna o uomo di Sardegna di divenire indipendentista? Ogni sardo ha diritto a divenire indipendentista!

L’indipendenza non arriverà senza i sardi, senza il loro consenso, senza la loro partecipazione, senza la loro conversione.

Ma la conversione dei nostri fratelli e delle nostre sorelle da “conterranei” a “connazionali” non avverrà se non ci sarà fiducia che possa accadere.

E non ci sarà fiducia se non saremo noi i primi a fidarci. Degli altri, della loro possibilità di cambiare. E di noi stessi, della nostra capacità di aiutarli a cambiare facendo leva sul positivo che abita ognuno di noi.

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C’è del positivo in Sardegna (così come c’era del marcio anche nella perfetta Danimarca!). Sembrerà strano dirlo ma è così. Tanto non va. A partire da quella violenza e quella corruzione che coinvolge amministratori e cittadini. Sardi.

Eppure, nonostante questo c’è del positivo. E non bisogna avere paura di dirlo.

Per esempio si può e si deve poter criticare un’azione di governo – e il nostro Documento politico di critiche ne solleva – ma lo si deve fare per stimolare il governo e i suoi rappresentanti a dare il meglio. E lo si deve fare sapendo riconoscere la proporzione delle cose. Ad esempio che sembra un’eternità e invece sono passati solo due anni – due anni! – dall’insediamento e dall’inizio del lavoro di questo nostro governo. E che in due anni non si fa una persona matura, né un buon vino, né si finisce di avviare una start-up. Neanche nelle migliori condizioni di partenza. Figuriamoci se in due anni si può cambiare tutto dopo decenni di malapolitica. Dopo che in eredità si riceve un cumulo di rovine. Ma questo non lo si nota. Perché viviamo tempi convulsi, bombardati ad ogni minuto da messaggi di cambiamento ipotetico e palingenetico, ci sembra che in una giornata il mondo possa essere fatto e rifatto venti volte. Poi ci si sveglia e ci si accorge che qui, fra di noi, c’è che uccide, chi minaccia, chi ruba, chi insulta, chi offende, chi chiede favori, chi fa male il lavoro. Non altri, noi. Non i migranti, noi. Non l’Unione Europea, noi. Non lo Stato italiano, noi. Alcuni di noi? Va bene. Ma in ultima istanza pur sempre noi. Al fondo ci siamo noi. Sardi. Nel male e nel bene. Con i nostri vizi e le nostre virtù. E dipende da noi, se vinceranno i vizi o le virtù. Altri possono avere tutti i difetti del mondo. O possono essere perfetti. Ma questo non ci solleva di una virgola dalle nostre responsabilità. E dalle nostre potenzialità. Come sardi e come esseri umani. Esseri umani sardi.

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Per questo bisogna focalizzare il positivo. E per esempio dire che questo nostro governo avrà molti limiti e molte cose andrebbero fatte meglio o modificate. Ma è fatto di persone oneste. E questo, dopo anni di disonestà politica imperante – a quanto si dice, o sbaglio? – dovrebbe essere un vanto, un fatto rivoluzionario. La Sardegna ha un governo di gente onesta. Partiamo da qui. Poi parliamo delle capacità. O della capacità di comunicare quello che si fa. O della fisiologica divergenza di vedute che si ha quando si prova a modificare la realtà. Ma prima c’è l’onestà. Quella morale, e quella intellettuale.

 

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E poi ci sono decine e decine di donne e uomini che non smetteremo di ringraziare. Che si tesserano, diventano attivisti, si candidano, si impegnano, sacrificano famiglie, svago e professione. O meglio, sacrificano un poco del proprio per avere di più tutti. Sono i nostri attivisti, che ci sostengono e ci pungolano, che ci rincuorano e ci comprendono. Che hanno la giusta pazienza. Che capiscono che se a volte non siamo dovunque non è perché non sappiamo sdoppiarci – cosa che ogni tanto facciamo – ma perché abbiamo preso l’impegno di dimostrare che esiste un indipendentismo di governo. E questa promessa ci prende una parte enorme delle nostre energie. E merita l’energia di tutti. Perché vogliamo che l’indipendenza inizi ogni giorno. Dalla soluzione dei problemi, dalla cura della sofferenza, dal sostegno ai più deboli, dalla costruzione di una società più coesa e più giusta, dalla creazione di serenità e opportunità.

È quello che cerchiamo di fare ogni giorno. Quello che si impegnano a fare i nostri candidati a Cagliari, Olbia, Carbonia, Sarroch, Siniscola …

Governare la Sardegna da Stato. Da Stato giusto. Ogni giorno, in ogni luogo.

 

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A questa terra serve generosità. E a noi, come popolo, serve generosità reciproca.

Solo così potrà nascere una grande forza nazionale dei sardi.

Noi ci proviamo. Non a dirlo. A farlo.

Lo facciamo nel Parlamento Sardo con il gruppo Sovranità, Democrazia, Lavoro, che coinvolge in un lavoro comune Sandro Unali della Sinistra Sarda e Roberto Desini e Anna Maria Busia del Centro Democratico Sardegna.

Lo facciamo fuori dal nostro Parlamento, creando percorsi di lavoro comune con chi ne ha la volontà. Come sta accadendo da un anno con Modesto Fenu e la parte del Movimento Zona Franca che egli rappresenta. Lo ha dimostrato Modesto proprio durante l’Assemblea, riconoscendo con generosità a Gianfranco Congiu e agli altri rappresentanti di Partito il ruolo di portare avanti le battaglie da lui iniziate all’interno del Parlamento sardo. Lo abbiamo ancor prima dimostrato nel generoso lavoro di messa in comune delle nostre relazioni con la Corsica. E senza questa generosa messa in comune – messa a sua volta a disposizione delle nostre istituzioni – non ci sarebbe oggi quell’accordo bilaterale Sardegna-Corsica che ha suscitato entusiasmo, che ha aperto la strada a nuovi orizzonti di riconoscimento europeo. Che ha fra le altre cose sancito l’impegno comune di Sardegna e Corsica per la lingua sarda, per la lingua corsa, per le lingue “transfrontaliere” – il gallurese, il turritano, il castellanese e il maddalenino – che culturalmente condividiamo.

Generosità patriottica e concretezza d’azione.

Così stiamo agendo e così continueremo ad agire per unire gli indipendentisti di oggi e quelli di domani.

A innantis!

Franciscu Sedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi

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