Civitavecchia addio

corsica e sardegna da norddi Riccardo Mura
A tutti quelli che mi chiedono «Ma che senso ha parlare d’indipendenza della Sardegna oggi che stiamo in Europa?» vorrei raccontare l’incontro di ieri a Badesi tra il governo còrso e le istituzioni sardo-galluresi. Un incontro storico, che getta le fondamenta per la costruzione di un ponte politico che finalmente risalderà le nostre nazioni. Un incontro insieme concreto e festoso, con tante persone sorridenti, persino commosse, come a una festa in cui ci si ritrova, dopo tanto tempo, tra fratelli e sorelle separati dagli scherzi del destino. O meglio, dagli scherzi della politica nazionalcolonialista del passato.
La Sardegna e la Corsica, due isole unite da sempre. Due isole che  basta guardarle sulla cartina si protendono una verso l’altra. Con le Isole di Mezzo, quasi si toccano. La falesia di Bonifacio e gli affioramenti calcarei di Capo Testa ti danno l’impressione che qualche dio dispettoso abbia segato in due un’unica isola. Non a caso condividiamo lo stesso suolo, le stesse piante e animali endemici. Compreso l’Homo sapiens, che in Sardegna è arrivato proprio dalla Corsica, e da sempre ha percorso in un senso e nell’altro quelle poche miglia di mare.
Per millenni siamo stati in contatto, ci siamo uniti e felicemente imbastarditi, senza mai farci guerra. È successo nel paleolitico col commercio dell’ossidiana, nel neolitico con la cultura megalitica, nell’età del bronzo con le culture nuragica e torreana (che di diverso hanno il nome e poco altro). Ma insieme siamo stati anche bistrattati: i Romani ci amministravano come un’unica provincia (Corsica et Sardinia); e nel 1297 quello stinco di santo di papa Bonifacio VIII si è inventato il Regnum Sardiniae et Corsicae per regalarci a quei bravi matamoros dei catalano-aragonesi (che a loro volta ci hanno lasciato il souvenir della bandiera delle teste che loro avevano mozzato).
Ma in quei secoli bui siamo stati ancora più solidali, tanto da creare un meticciamento: i còrsi sono stati per tanto tempo la più grande minoranza etnica della Sardegna; hanno popolato la Gallura, l’Anglona, il Turritano; hanno formato colonie numerose persino ad Alghero, Ozieri, Bosa, Orosei, Oristano, Iglesias e Cagliari; la lingua corsa si è innestata in quella sarda creando le attuali lingue sardo-corse e ha persino condizionato il sardo settentrionale. I tentativi rivoluzionari di fine settecento passavano dallo stretto di Bonifacio: il gruppo di Francesco Sanna Corda era esiliato in Corsica e da lì si mosse per l’ultimo disperato tentativo di liberazione; il patriota corso Pasquale Paoli nel 1794 affermò che «I Sardi e i Corsi sono destinati per la vicinanza, per inclinazione e per gli interessi reciproci a vivere in perfetta corrispondenza». Ma ormai la partita a rubamazzetto era finita: i Savoia si presero la Sardegna e i francesi la Corsica. I due stati di terraferma fecero di tutto per spezzare il nostro arcipelago: bloccarono i traffici economici, ostacolarono le migrazioni, dialettizzarono le lingue autoctone, militarizzarono le coste e le Isole di Mezzo. Nel 1940 la “frontiera” tra Sardegna e Corsica divenne persino un fronte di guerra.
Oggi, per fortuna, la guerra è solo economica: Sardegna e Corsica sono non solo concorrenti ma antagoniste nel mercato turistico. Eppure un buon collegamento marittimo tra le due isole potrebbe favorire un enorme flusso turistico, offrire un nuovo prodotto turistico: un tour delle isole tirreniche. E se, oltre alle infrastrutture, ci dessimo un’occasione fissa per incontrarci, tra operatori economici, culturali e politici, una sorta di fiera sardo-corsa da fare un anno a Lungoni, uno a Bunifàziu e così via, un meeting durante il quale ci si possa confrontare, connettere, collaborare, progettare, allora forse smetteremmo di essere isole isolate e torneremo a essere un arcipelago.
Questo è solo un esempio di cooperazione tra i tanti che si potrebbero fare. Ma quello che è importante capire è che per arrivare a risultati come questi bisogna fare politica vera. Dobbiamo ragionare come se fossimo già due stati in(ter)dipendenti. Questo è il senso della parola sovranismo che il Partito dei Sardi sta cercando di far attecchire in Sardegna e che Gilles Simeoni, con la coalizione di governo Femu a Corsica, sta già praticando da due mesi a questa parte.
Immancabilmente, anche ieri a Badesi qualche sardo ha detto che siamo piccoli, che dobbiamo essere aiutati, che abbiamo l’handicap dell’insularità. Intanto i corsi hanno staccato gli ormeggi da Marsiglia e non hanno più paura di navigare nel Mare Nostrum dell’Europa. E noi? Quando lo capiremo che siamo grandi al punto giusto, che dobbiamo essere responsabili per noi stessi e che non possiamo continuare a essere uno zatterone ormeggiato al largo di Civitavecchia?

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