Chi è quel signore?

Babbu, chi è quel signore?”, “Sergio, uno di noi
(VERSIONE BREVE – consigliata a chi è affetto da mandronia acuta)
Franciscu Sedda

 
Babbu, chi è quel signore?!”, mi ha domandato Soliana sabato scorso mentre scendevamo insieme lungo via Manno.
Il suo dito puntato verso la statua di Carlo Felice non lasciava dubbi.
È un signore che non dovrebbe stare lì…”, ho sbottato quasi di colpo. E rendendomi conto che data la sua velocità di pensiero avrebbe potuto subito chiedermi perché allora stesse proprio lì, ho subito aggiunto: “… non dovrebbe starci perché è una persona che non voleva bene ai sardi”.
Peggio che mai.  Soliana ancor più incuriosita e non fidandosi delle mie risposte scomposte, indicando il basamento della statua a cui ormai ci stavamo avvicinando, mi ha chiesto: “Cosa c’è scritto lì?!
Ho farfugliato “… il nome di chi ha fatto la statua”. Giusto in tempo perché alla nostra sinistra si aprisse il Largo e Soliana, che ogni volta si emoziona alla vista, esultasse: “Mi ricordo dell’ultima volta che ci siamo venuti! Mi piace molto!!!”.
A quel punto non potevo che prendere la palla al balzo e fieramente dire: “Vedi che ti porto in posti molto molto belli? E vedrai com’è ancora più bello quando arriviamo vicino al mare!”.
È stato un attimo. Un guizzo quasi d’istinto. Come due mariposas – una leggerissima, l’altra appesantita – ci siamo lanciati verso il porto lasciandoci alle spalle la statua dell’innominabile.
Questa piccola storia vera dice molte cose. Una di queste è che non si può lasciare che il tuo spazio – lo spazio dove cresci, vivi, ami – ti metta in imbarazzo invece di darti esempi positivi. Non si può lasciare che lo faccia agli adulti. Ancor meno che lo faccia ai bambini. Bisogna sentire che il tuo spazio ti ama, in modo da poterlo amare ancora di più.
Io credo dunque che lo spazio si può e si deve cambiare. Tanto più se si governa con spirito di cambiamento e di giustizia. Avendo il coraggio di fare i conti con la storia e osando inventare l’avvenire.
Il punto è farlo bene, questo cambiamento. In modo sereno, condiviso, partecipato, creativo.
Una statua di un tiranno – o se si preferisce, una statua che rappresenta una monarchia finita da noi per caso e che mai ci ha amato – ad esempio. Non c’è bisogno di abbatterla. Fa parte della memoria. E allora che vada in un museo. Magari in un Museo della Città in modo che ne racconti la storia, i travagli, i (tanti) cambiamenti.
E al posto della statua e del nome che dava al Largo?! Horror vacui?!
No. Posto che ci si aspetti di più di un supporto dove infilare bandiere, si tratta di solo di far venir fuori idee.
Io ad esempio ne propongo una: Sergio Atzeni.
Chi meglio di lui nel centro della città? Chi meglio – caro Sindaco, caro Massimo – di colui che ha cantato memorie e storie e sogni della città bianca? Chi meglio di colui che ha narrato Cagliari perché visceralmente amava Casteddu, la sua gente, la sua umanità così sarda e compita al contempo? Chi meglio di lui per raccontare una città aperta, che cambia, che rimescola carte e storie e sorti avendo a cuore la gente comune, i quartieri popolari, la loro creatività diffusa, così giocosa e così carica di un’ansia di redenzione? Chi meglio di lui?

Babbu, chi è quel signore?”
Sergio. Uno che amava Cagliari e la Sardegna, come noi…E ora, bella mariposa, sei pronta a prendere davvero il volo?!”.

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Babbu, chi è quel signore?” “Sergio, uno di noi
(VERSIONE COMPLETA)
Franciscu Sedda

1.
Babbu, chi è quel signore?!”, mi ha domandato Soliana sabato scorso mentre scendevamo insieme lungo via Manno.
Il suo dito puntato verso la statua di Carlo Felice non lasciava dubbi.
È un signore che non dovrebbe stare lì…”, ho sbottato quasi di colpo. E rendendomi conto che data la sua velocità di pensiero avrebbe potuto subito chiedermi perché allora stesse proprio lì, ho subito aggiunto “…non dovrebbe starci perché è una persona che non voleva bene ai sardi”.
Peggio che mai. Soliana ancor più incuriosita e non fidandosi delle mie risposte scomposte, indicando il basamento della statua a cui ormai ci stavamo avvicinando, mi ha chiesto: “Cosa c’è scritto lì?!
Ho farfugliato “… il nome di chi ha fatto la statua”. Giusto in tempo perché alla nostra sinistra si aprisse il Largo e Soliana, che ogni volta si emoziona alla vista, esultasse: “Mi ricordo dell’ultima volta che ci siamo venuti! Mi piace molto!!!”.
A quel punto non potevo che prendere la palla al balzo e fieramente dire: “Vedi che ti porto in posti molto molto belli? E vedrai com’è ancora più bello quando arriviamo vicino al mare!”.
È stato un attimo. Un guizzo quasi d’istinto. Come due mariposas – una leggerissima, l’altra appesantita – ci siamo lanciati verso il porto lasciandoci alle spalle la statua dell’innominabile.

2.
Questa piccola storia vera dice molte cose. Quantomeno a me. La prima è la capacità dei bambini (e soprattutto delle bambine) di leggerti nel pensiero, anzi, nelle viscere. Dato che erano giorni che mi arrovellavo sulla questione e mentre scendevamo fissavo Carlo Felice con un misto di fastidio e infelicità. La seconda è che lo spazio trasuda memoria e se ce ne scordiamo è perché o quella memoria l’abbiamo talmente fatta nostra da non doverla più ricordare o l’abbiamo talmente rimossa per non dover fare i conti col dolore che ci provoca. La terza cosa è che non si può lasciare che il tuo spazio – lo spazio dove cresci, vivi, ami – ti metta in imbarazzo invece di darti esempi positivi. Non si può lasciare che lo faccia agli adulti. Ancor meno che lo faccia ai bambini. Bisogna sentire che il tuo spazio ti ama, in modo da poterlo amare ancora di più.

3.
Ora si dirà che tutti questi problemi sono miei in quanto io sono indipendentista. Bene, allora proviamo a sgomberare il campo. Io penso che sia un problema di una città progressista. Io penso che sia un problema per chi sta dalla parte dei più deboli, delle classe popolari, del popolo. Credo dunque che sia un problema per una città che non solo non è monarchica (almeno spero) ma che crede nella giustizia sociale, nel progresso civile, nella lotta a poteri assoluti e ingiusti. In poche parole, nella capacità di fare i conti con la storia.
Ciò detto è evidente che per chi vuole una città non solo progressista e solidale ma la vuole anche indipendentista, vale a dire animata dalle memorie e dal progetto di una Repubblica di Sardegna, il problema si può intensificare. Ma la radice non cambia. Dopo essere stata sensibilità di minoranza in tanti oggi chiedono un ripensamento dello spazio pubblico e una ridefinizione delle sue memorie. E non tutti sono indipendentisti. Vogliono semplicemente uno spazio più giusto.

4.
Che fare, dunque? Si dirà che la memoria della città non si può cambiare perché significherebbe tradire la città stessa. Ma quante volte la città è stata tradita? Quante volte è cambiata? O si pensa forse che quella statua sia stata sempre lì?
Non ha forse chi vive il diritto/dovere di riscrivere lo spazio della città, possibilmente con più coscienza, partecipazione e cura di chi lo ha fatto prima? E non è addirittura un imperativo per chi auspica il cambiamento, il progresso, l’emancipazione? Per chi fa di questi valori la propria bandiera? Avere paura di cambiare la città non è consentito a chi sta provando a cambiare la città. A chi la sta (secondo me in meglio) già cambiando.

5.
Certo, ogni cambiamento suscita mugugni. Quante lamentazioni dovremo ancora sentire per la pedonalizzazione? Quanti murrungius dovremo ancora sopportare per tanti lavori sacrosanti che renderanno la città ancora più bella e vivibile? Non è il lamento che può (né deve) fermare il cambiamento. Tantomeno il lamento dovuto alla pigrizia. Ancor meno il lamento (ipotetico) che ferma (o che si immagina si frapporrebbe a) un’esigenza di giustizia. Cambiare il nome di una strada può risultare scomodo. Cambiare una statua addirittura traumatico. (…eh già, siamo tutti materialisti, ma alla fine i simboli ci toccano più dei marciapiedi) Ma alla fine si fa. Si può fare.

6.
Il punto è farlo bene. In modo sereno, condiviso, partecipato, creativo.
Una statua di un tiranno – o se si preferisce, una statua che rappresenta una monarchia finita da noi per caso e che mai ci ha amato – ad esempio. Non c’è bisogno di abbatterla. Fa parte della memoria. E allora che vada in un museo. Magari in un Museo della Città in modo che ne racconti la storia, i travagli, i (tanti) cambiamenti.
E al posto della statua e del nome che dava al Largo?! Horror vacui?!
No. Posto che ci si aspetti di più di un supporto dove infilare bandiere, si tratta di solo di far venir fuori idee.
Io ad esempio ne propongo una: Sergio Atzeni.
Chi meglio di lui nel centro della città? Chi meglio – caro Sindaco, caro Massimo – di colui che ha cantato memorie e storie e sogni della città bianca? Chi meglio di colui che ha narrato Cagliari perché visceralmente amava Casteddu, la sua gente, la sua umanità così sarda e compita al contempo? Chi meglio di lui per raccontare una città aperta, che cambia, che rimescola carte e storie e sorti avendo a cuore la gente comune, i quartieri popolari, la loro creatività diffusa, così giocosa e così carica di un’ansia di redenzione? Chi meglio di lui?

7.
Babbu, chi è quel signore?
Sergio. Uno che amava Cagliari e la Sardegna, come noi… E ora, bella mariposa, sei pronta a prendere davvero il volo?!”.

 

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