C’è chi ne parla e chi lo pratica
(il riformismo)

riforme
di Paolo Maninchedda
C’è una corrente trasversale (ossia che va da Destra a Sinistra, da imprese attive a imprese pre-fallimentari che perdono quote di mercato ogni giorno) che ha una sola linea politica: l’aumento della spesa della Regione come panacea di tutti i mali e contemporaneamente la tutela della Sardegna sociale esattamente com’è, senza toccare nulla, senza cambiare alcunché, senza disturbare nessuna condizione costituita.
Questo è il frutto maturo dell’autonomismo: mai assumersi la responsabilità di qualcosa, sempre rivendicare risorse, mai produrre ricchezza.
Questa Giunta in un anno ha fatto molte cose che stanno finalmente rompendo la cappa del parassitismo autonomistico: 1) ha fatto un bilancio che lavora sui flussi veri e non sulle promesse di debito; 2) ha dato un tetto alla sanità e ha contestato la filosofia (che affligge i santoni sanitari di destra e di sinistra) secondo cui è inevitabile che la spesa aumenti di circa il 3% all’anno (a parte l’art.21 della finanziaria, quello della festa sanitaria, che va proprio in questa direzione di incentivazione del disavanzo e in contro tendenza rispetto al resto della Finanziaria. Noi l’abbiamo detto e contunueremo a dirlo); 3) ha istituito il Centro della Protezione Civile; 4) ha riformato il governo delle acque dopo cinque anni di commissariamento; 5) ha posto fine al Piano casa e varato un disegno di legge più organico sull’edilizia; 6) ha varato tutta la pianificazione sul rischio idrogeologico e sta programmando gli interventi; 7) ha fatto un Piano di dimensionamento scolastico serio, che è il presupposto di una nuova politica scolastica; 8) sta affrontando seriamente il tema del gap infrastrutturale con la contrazione del mutuo; 9) ha messo mano alla riforma degli enti locali; 10) ha tolto i treni dalla naftalina; 11) sta mettendo ordine negli aeroporti e in alcune gestioni fallimentari.
Poco o molto che sia, è un pacchetto di cose fatte (senza contare quelle in itinere sul versante della chimica e dell’energia) che sono state fatte senza grancassa, con una strategia di comunicazione soft, senza fanfare, ma con l’idea chiara che ‘su connotu’ è la miseria, è la dipendenza, e che uscirne richiede fatica e sacrificio, non populismo e ‘facilismo’ (della serie: è meglio essere sani che malati, ricchi anziché poveri, felici anziché infelici).
La conservazione che unisce ampi settori della Destra e della Sinistra è l’avversario da battere. Quest’avversario non dorme, non riposa, è sempre in piedi, perché ha capito di avere a che fare con una Giunta che, piaccia o non piaccia, ha un gene istituzionale al suo interno: il senso del nostro Stato. E si badi, questo gene non è soltanto e tanto quello del Partito dei Sardi, che ce l’ha ma non è certo quello dominante in Giunta, è il gene del Presidente.
Pigliaru non è funzionale a una parte della Sardegna. Non è un Presidente di partito. È un Presidente della Sardegna. Ha un disinteresse totale alle logiche di parte e una sorta di idiosincrasia al gioco delle parti che spesso i partiti interpretano. Questa natura istituzionale lo porta a non avere paura di rompere consuetudini, poteri, abitudini, e a farlo con naturalezza. È un Presidente dello Stato Sardo; non porta le insegne di un casato e ha il disinteresse giusto per resistere a ogni forma di egemonia, in particolare a quella di chi invoca il cambiamento in generale ma lo combatte in ogni forma particolare.

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