Noi che siamo antifascisti, noi che combattiamo i bulli di ogni età

Nella modernità viene ritenuto difficile dire che cosa si è. L’identità è in crisi, per cui non basta mai una sola parola per definirsi. Non credo che sia proprio così (ieri per i cristiani cattolici era la prima domenica di Quaresima, il tempo nel quale si deve dire a se stessi che cosa si è. Dorian Gray si è chiuso in una taverna a bere birra) ma mi adeguo per comodità, abbraccio Montale e dico ciò che noi del Partito dei Sardi non siamo e mai potremo essere.
Noi non siamo e mai potremo essere fascisti.
Un tempo in Italia si precisava: “Né fascisti, né comunisti”, e forse si faceva bene. Per chi era ostile a ogni dittatura, la distinzione era importante e forse la coincidenza liberticida degli effetti delle ideologie totalitarie, opposte nei presupposti ma entrambe ossessionate dalla limitazione della libertà individuale (e dalla demoniaca e terribile persecuzione degli ebrei), ha consentito a più generazioni di educarsi alla tolleranza, alla libertà e alla responsabilità, sfuggendo la suggestione del gruppo e del branco (o del partito) cui la storia sembrava aver affidato la responsabilità del potere. Ma se negli anni Settanta la strategia della tensione, voluta a Destra e in alcuni settori centristi, generò, con la crisi del Sessantotto, il terrorismo di Sinistra, oggi gli stessi alibi (il disordine, il pericolo, gli immigrati, l’Unione Europea che ha preso il posto del complotto demo-pluto-giudaico) vengono evocati per giustificare la ripresa dell’anima fascista dell’Italia, quella latente, profonda e feroce, che ha radici culturali ed educative mai estirpate.
Ieri Franciscu Sedda, il Presidente del Partito, mi faceva notare, con la consueta profondità, che noi, prima di tutti gli altri, in Congresso, abbiamo eretto un’invalicabile frontiera antifascista. Prima di qualsiasi partito, prima che le cronache facessero vedere le persone in piedi a fare il saluto romano, prima dei pestaggi, prima delle vendette private, prima delle croci uncinate tatuate sul viso e incorniciate col tricolore italiano, prima della dichiarazione odierna del leader di Casapound che dichiara il suo movimento erede del fascismo.
C’è una radice profonda del fascismo che può essere così riassunta: è la forza che fa le leggi, non la verità (auctoritas facit legem, non veritas).
L’Italia è questa. “Fatti valere” dicono le mamme ai figli, piuttosto che: “Sii giusto”. E dietro il “Fatti valere” ci sono i pugni dati a scuola, i genitori che giustificano tutto e picchiano a loro volta, ci sono i pestaggi dei poliziotti (quello operato dai membri di un centro sociale ai danni di un carabiniere e ripreso dalle telecamere è agghiacciante), ci sono i linciaggi morali delle persone per bene, ci sono i linciaggi on line, c’è l’antica arte dell’insinuazione che dice e non dice (Cossiga era un maestro in questo), c’è la delegittimazione sistematica operata contro l’avversario cucendogli addosso un abito falso, c’è l’uso dell’indignazione a basso prezzo per incattivire la società, c’è l’odio ad personam, cioè il grande principe di questa campagna elettorale ignobile e inutile.
Le scuole e le università, vero presidio contro l’ignoranza della forza bruta, sono purtroppo appestate dalla logica imposta dal nuovo corso ministeriale che vuole che la scuola periferica (e l’università) che non promuova e perda iscritti, venga chiusa.
Il compito dell’educazione non è più personale, familiare e sociale, ma solo un compito di Stato. Lo Stato deve educare, garantire il lavoro, l’ordine e la felicità. Questo desiderio fondato sull’irresponsabilità è alla base dello Stato totalitario, dello Stato che pretende di sapere tutto (ho ascoltato una relazione agghiacciante di Rosy Bindi che, in nome della lotta alla mafia, difendeva il buon diritto delle istituzioni dello Stato a saper tutto del cittadino, impossibilitato al buon diritto di avere segreti, di avere uno spazio della sua vita civile inviolabile dallo Stato). La sanzione è parte dell’educazione, purché sia interpretata nella sua funzione correttiva.
Invece, con la rimozione dall’orizzonte educativo del male e dell’errore, tutto viene messo sullo stesso piano, il merito e il demerito, con la politica che si occupa più del poco virtuoso che del virtuoso (sta succedendo anche con i morosi dell’Enel; gli italiani stanno scoprendo che il mancato pagamento delle bollette da parte di taluni si riverbera su tutti gli altri onesti. Quando spiegai queste cose per Abbanoa e i suoi ricchi morosi, ho rischiato il linciaggio), ed ecco dunque risorgere la sensazione della mancanza di ordine fondata non sui propri vizi, sulla propria incapacità di accettare la fatica di perfezionarsi, di migliorarsi senza far del male a nessuno, anzi, collaborando con gli altri, ecco risorgere la paura del futuro e insieme alla paura il ricorso alla forza, al potere che mette ordine, riduce la complessità e la libertà, impedisce il normale conflitto delle diversità, impone a tutti, come ha detto qualche giorno fa il leader di Casapound, di ridursi a fare figli, avere un lavoro e combattere per la patria. Un tricolore: fallo, pane e fucile!
Gli uomini e le donne sono molto di più di queste drammatiche semplificazioni.
Se la colpa e la responsabilità è sempre degli altri; se il male non esiste; se l’errore è o rimosso o sanzionato senza essere compreso; se il diverso è colpevole; se il disordine è sempre colpa di qualcuno; se i politici sono tutti corrotti; se tutto questo diviene pensiero dominante, la strada per il fascismo è spianata.
Noi ce ne siamo accorti e abbiamo avvertito la sinistra italiana e il moderatismo cattolico che sono in crisi di pensiero e di militanza civile. Tutto questo non si combatte con belle parole, ma con belle esistenze. La Sinistra ha un problema enorme di ritrovare il suo riformismo distinguendolo da quello liberale (oggi, invece, la sinistra in Italia ha connotati estremi, non riformisti) e i moderati devono trovare un riformismo diverso da quello dettato dalla Bce, dalla Merkel e da Macron; i moderati devono avere un orizzonte diverso dalle tabelle excel delle banche e delle università (dove, peraltro, i professori non sono valutati per la qualità di ciò che scrivono, ma per la forza della lobby cui sono iscritti e il successo che riscuotono. Anche nell’università si è arrivati ad affermare che il più famoso (il più citato) è il migliore, scivolando così nel pericoloso mondo della politica, dove, da che mondo è mondo, la democrazia non seleziona il migliore, ma solo il più popolare).
Noi siamo contro questa perdita di coscienza del mondo.

Paolo Maninchedda
Segretario Nazionale Partito dei Sardi

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